Una magia chiamata ISS

Lo ammetto. Per chi come me, a malapena, riesce a cambiare una lampadina, la tecnologia spaziale ha qualcosa di magico…

Ancora oggi, dopo quindici anni di lavoro in una delle più grandi aziende del settore, resto sempre affascinato dal racconto che i miei colleghi, tecnici e ingegneri,  mi fanno dei loro progetti.

E di tutte le cose magiche che la gente dello Spazio  è riuscita a realizzare nel tempo, la Stazione Spaziale Internazionale di cui oggi celebriamo i vent’anni di vita operativa, è di certo la più fascinosa.

Quella stella aggiunta al cielo, che a volte perfino a occhio umano si può veder brillare di notte, a 400 km dalla Terra, resta qualcosa di unico.

Me l’hanno spiegato come fa a stare lassù. Penso anche di averlo capito “tecnicamente” (e questo, per il sottoscritto, è già un mezzo miracolo). Ma resta il fatto che una parte di me continua a considerarla una magia.

La magia d’una città dove gli uomini sanno già volare

Sarà perché mi ricorda la città degli “Uomini Falco” nel fumetto di Flash Gordon oppure le fortezze volanti dei cartoni animati giapponesi o dei fumetti di supereroi con cui sognavo da bambino. Sarà semplicemente perché lassù gli astronauti non ci abitano coi piedi per terra, ma “galleggiano” dentro quei moduli pressurizzati, eccellenza mondiale della nostra azienda, frutto del lavoro di tanti colleghi nel nostro sito di Torino

Quelli bravi vi direbbero che “il galleggiare” in termini scientifici si definisce “microgravità” ed è la particolare condizione della vita in orbita. Ma sapete la cosa curiosa? Qualche anno fa, ho avuto la fortuna di intervistare uno che sulla ISS c’è stato ben due volte, l’astronauta italiano Roberto Vittori. E quando gli chiesi di descrivermi  cosa si provava in quelle condizioni, lui usò proprio il termine “magia” , per raccontarmi di come la microgravità cambia persino la percezione del corpo umano rispetto alla realtà.

ISS: la magia dell’insieme

E poi c’è qualcosa di magico e di fiabesco, persino nel modo, in cui si vive sulla ISS. Lassù da vent’anni, uomini e donne di Paesi diversi lavorano insieme in armonia per sperimentare cose nuove, per il progresso di tutto il genere umano.

Laddove la corsa alla Luna aveva rappresentato la “gara” politica, oltre che economica e tecnologica tra due blocchi del mondo contrapposti, la ISS è nata e si è sviluppata invece sul piano di una grande cooperazione internazionale inclusiva.

E mentre sulla Terra, abbiamo continuato in questi vent’anni a raccontarci un mondo fortemente  conflittuale, lacerato da mille tensioni politiche, economiche e sociali, lassù tra le stelle  gli astronauti ci hanno ribadito le ragioni e le opportunità di una umanità coesa da grandi valori positivi.

…Mai come nello Spazio ti accorgi che i confini non esistono. Dall’alto l’Europa è un reticolo di luci, collegamenti, i cui confini sono solo dentro le menti delle persone…

Ha raccontato un altro astronauta italiano, Luca Parmitano, rievocando quello che si prova a guardare il nostro pianeta dalle finestre di Cupola, il modulo osservatorio sviluppato anch’esso in Italia.  Una vista che ispira tutti gli inquilini dell’avamposto spaziale, come il creativo canadese Chris Hadfield che lassù tra le stelle ha trovato il tempo di cantare “Spade Oddity” di David Bowie. Perché la Stazione Spaziale Internazionale è…

una incredibile miscela di realtà e immaginazione e arte e magia.

Parola di Major Tom.

Facevamo cose, vedevamo film…. Venezia mon amour

E quando arrivano i giorni del Festival , perfino in questi tempi sbagliati, mi viene da pensare con nostalgia a quando con gli amici si partiva zaino e sacco a pelo in spalla per Venezia.

Andavamo al Festival con gli “accrediti culturali” rilasciati dall’università. Si dormiva sul pavimento di una scuola chiusa. La sera tra i canali dello chiccoso Lido, mentre nei grandi alberghi, le star facevano le loro feste glamour sulla spiaggia, noi potevamo permetterci al massimo una pizza. Ma la gioia era passare la giornata a guardare film di ogni genere e latitudine, a parlare di cinema  e, nel mentre, la chance di imbatterti, al bar o per le sale, in Ettore Scola o Juliette Binoche… 

Il paradiso di un cinefilo, in fondo – nausea per la pizza ai 4 formaggi a parte – me lo immagino ancora così oggi. Vent’anni dopo.

Il sorriso lieve di Ginko

All’epoca aveva già girato film memorabili della nouvelle vague con Jean Luc Godard, ma quella volta Michel Piccoli venne a Roma per girare una roba tutta diversa: “Diabolik” di Mario Bava, nei panni dell’ispettore Ginko.

Non so da dove arrivi questa bella foto, scovata in rete, che lo ritrae assieme alla sua sposa di allora, la cantante e attrice Juliette Gréco, fascinosa interprete dei versi di Sartre e Prevert. Non so se sia stata scattata sul set, in una pausa delle riprese, oppure mentre la coppia era in giro per la città.

So dalla didascalia che è stata scattata il 21 maggio 1967 e mi dà una certa vertigine pensare che quasi esattamente 53 anni dopo il grande Michel Piccoli si è accomiatato dal mondo. Nella foto ha quel sorriso così caratteristico, che gli permetteva di essere nelle sue interpretazioni, a volte lieve e ironico, a volte romantico, a volte duro, persino feroce, ma sempre memorabile.

Umano contagio

Oggi, dopo una settimana in casa, bardato come tutti per il dopo bomba, mi sono recato a fare la spesa nel supermercato del paese dove abito. Ed è accaduta una cosa strana.

Nonostante le file all’ingresso, nonostante le distanze da rispettare,  nonostante le attese alla cassa, tutti (cassieri, commessi, clienti…) erano particolarmente gentili. Insolitamente gentili, rispetto al tran tran quotidiano che, di solito,  accompagna questa attività tra sbuffi d’insofferenza, fretta stizzita,  noncuranza l’uno dell’altro.

Oggi invece era  tutto un:

“Ha fatto? Posso? Che dice se… Ma no faccia Lei… Prego, prego… Ci mancherebbe…”

Qualcosa al limite del fantozziano “Vadi lei, no vadi tu”, quasi una scena di Truman Show… Tanto che nell’afferrare lo scatolame da uno scaffale, mi è venuto quasi spontaneo, dare un’occhiata in fondo, per vedere se da qualche parte avessero schiaffato qualche telecamera segreta.

E certo, probabilmente, gran parte dell’affettazione è dovuta – al netto di mascherine, guanti e bardature varie –  alla paura  di essere contagiati. Fa parte dell’orribile momento che stiamo vivendo e della sensibilità nuova che ci educa ad abitare gli spazi comuni in modo diverso.

Ma penso ci sia anche di più, perché quella sensazione di “gentilezza diffusa” l’ho già provata. E’ accaduto, diversi anni fa quando un’incredibile nevicata ha messo a dura prova la zona dove abito, costringendoci in casa per giorni, senza luce, gas, senza viveri e rifornimenti, separati dal resto del mondo.

Un’inezia rispetto a quello che stiamo attraversando oggi.  Ma, anche in quell’occasione, ho visto spuntare, nel deserto d’indifferenza generale che di solito circonda la nostra vita quotidiana, inusitati gesti di cortesia e  insperati momenti di civiltà anche tra sconosciuti. Anche tra persone con le quali fino ad allora mi ero scambiato al massimo uno stiracchiato “‘ngiorno” quando ci incrociava la mattina, uscendo di casa.

Quasi che le difficoltà profonde che stavamo vivendo, in quei momenti drammatici, ci avessero spinto  a rivalutare i rapporti  tra di noi in termini di pura umanità. Quell’ascolto delle ragioni dell’altro che permette di superare l’incomprensione attraverso il dialogo, il conflitto attraverso il rispetto,  i problemi individuali attraverso la solidarietà collettiva. Perfino nelle piccole cose attraverso quel sentimento spesso sottovalutato che lo psicanalista Adam Philips e la storica Barbara Taylor hanno definito “il piacere della gentilezza”:

È la gentilezza che rende la vita degna di essere vissuta: ogni attacco contro la gentilezza è un attacco contro le nostre speranze.

Non so se può aver senso voler provare a guardare oltre l’orizzonte nero che sta inghiottendo le nostre vite, portando dolore  nelle nostre case e nelle nostre famiglie. Però se un seme di futuro lo si potesse piantare, oggi in mezzo alle strade deserte e agli ospedali stipati di sofferenza, potrebbe essere questo.

Coltivare la speranza  che, una volta ucciso il drago, ci ricorderemo che a vincerlo, stavolta, non è stato un cavaliere solitario venuto da chissà dove, ma l’impegno piccolo e grande di tutti a rispettarsi l’un l’altro, l’aiuto reciproco tra gli abitanti di quel villaggio (globale) che chiamiamo Umanità.

La testa sotto il cappello

Una volta intervistai un collega che stava per andare in pensione. Era una persona stimata da tutti e da cui tutti, collaboratori e manager, dicevano di aver imparato molto negli anni.

Aveva avuto incarichi tecnici di responsabilità ma senza mai arrivare a ruoli di vertice. Alla fine dell’intervista – una delle più belle e emozionanti che mi sia capitato di fare in 15 anni – chiesi se era soddisfatto della carriera che aveva fatto. Mi rispose con un’alzata di spalle:

“Vedi… I ruoli sono cappelli che indossiamo o che ci fanno indossare… L’unica cosa che conta è chi sei sotto quel cappello.”

Penso che sia esattamente così: i cappelli possono contare, ma conta soprattutto la testa sotto il cappello.

Era il 13 agosto 2009…

Esattamente 10 anni fa, dopo aver aperto anche un account twitter, iniziavo a scrivere questo blog.

(blog spoiler: questo è uno di quei post chilometrici,  mielosi e autoreferenziali che se soffrite di diabete digitale, o state per farvi un tuffo in mare vista la calura, potete tranquillamente  evitare :))

Quando sei piccolo “dieci anni” sono un pezzo di vita  che ti sembra quasi incommensurabile: equivale a ere geologiche, distanze cosmiche,  speranze infinite coniugate al Futuro…

Poi, la vita a un certo punto si mette a correre. A ciascuno di noi accade in un momento diverso, a volte c’è di mezzo il dolore, altre – se  sei fortunato – l’amore.

Questi dieci anni mi sono sembrati volare nello spazio di un respiro, ma hanno rappresentato una roba enorme. Ci sono stati di mezzo, professionalmente e umanamente,  due paesi (la Francia e l’Italia) e due città (Tolosa e Roma).

Soprattutto,  ci sono stati di mezzo due esserini – cucciolo e cucciola – che mi hanno letteralmente cambiato la vita…

E poi c’è stato questo blog. Che di questi eventi e di tanti altri, belli e brutti, per molto tempo è stato il diario periodico. Le storie, piccole e grandi che vi hanno trovato spazio, sempre più rare via via che gli impegni familiari e lavorativi aumentavano, rappresentano…

Le rughe emozionali della mia vita

Rughe emozionali e passionali: i fumetti su tutto, ma anche la politica, il calcio, la scrittura, la vita…

Il tuo blog è bello ma non ha un’identità precisa… Invece quelli che funzionano davvero sono i blog tematici…

Mi aveva profetizzato dopo poco tempo Arianna, amica di penna ed esperta della rete, diventata oggi una bravissima giornalista.

Aveva ragione. Anche nei momenti migliori, quando Loredana Lipperini – su  La Repubblica mi ha regalato un’emozione e un’attenzione che non avrei mai pensato , questo blog non ha mai raggiunto grandi platee.

Troppo “fritto misto”, per interessare i palati raffinati e specialistici della rete, Sono  Storie è restato sempre e soltanto una cosa importante per il titolare del blog.

Devo dire che, negli ultimi anni ho anche cercato di recuperare il giusto consiglio di Arianna, e grazie a gli amici de “Lo Spazio Bianco”  è nato un blog dedicato ai soli comics , “Sono Fumetti” (ehm… sì lo so… il titolo non è particolarmente originale: non ho resistito, da appassionato di serial, al fascino libidinoso dello spin off).

Ma in fin dei conti

Il primo blog non si scorda mai

Non posso dimenticare che questa casetta wordpress  mi ha fatto compagnia nelle fredde sere d’inverno, a Tolosa. Lontano dalla mia compagna e della mia famiglia,  e ancora alle prese con le difficoltà di imparare una lingua diversa, ho scoperto un immenso mare di storie digitali. Un universo di significati che fino ad allora, da appassionato di narrazioni tradizionali, avevo colpevolmente  trascurato.

Sono Storie mi ha ridato anche il piacere della scrittura per la scrittura che, ammetto, dopo gli anni  di lavoro prima  da sceneggiatore,  e  oggi da comunicatore aziendale, avevo un poco perso.

Scrivere per vivere, è meraviglioso ma impone – come è ovvio – scelte di stile, linguaggio e formato secondo mercato e committenza. Qui invece sono sempre stato libero di “cantarmela e postarmela” come volevo. Come voglio. Ed è un bello sfogo.

Più di tutto, Sono Storie mi ha ha permesso di partecipare a quella roba meravigliosa che lo studioso  Pierre Lévy ha definito

L’intelligenza collettiva

Oggi è facile parlar male della rete e dei social. Per certi versi è doveroso, visto la piega che gli eventi hanno preso.

Ma, grazie a questo piccolo blog, ho anche apprezzato  nel tempo gli aspetti positivi e partecipativi della rete, l’enorme potenzialità offerta dallo scambio in tempo reale di informazioni ed emozioni.

E nel mio piccolo questo si è tradotto in decine di conoscenze digitali con persone e storie che difficilmente avrei potuto incontrare altrove.

In alcuni casi, contro ogni pregiudizio, conoscenze virtuali si sono tradotte in amicizie in carne e ossa.

Ma anche nei casi, in cui la conoscenza è rimasta “social”, legata a un volto o una voce su skype o magari tutta mail e chat, in una versione 2.0 delle “amicizie di penna” dei secoli scorsi, la bellezza di questi incontri per me resta.

Storie che fanno parte della mia storia

Ed ecco perché in chiusura di questo lungo, sbrodolato, post non posso che dire..

Grazie a tutti i compagni di strada di questi 10 anni che hanno arricchito con la loro intelligenza e simpatia questo piccolo blogger. In particolare…

(in disordine sparso ed eguale affetto, nomi di battesimo oppure nickname) Francesco, Gloria,  David, Goldie, Michele, Davide, Arianna, Marco F., Mizaar, Ettore, Champ,  Daniele, Matteo, Diemme, Chemako, Stefano, Moreno, Sara, Valentino, Quarchedundepegi, Pendolante, plus1gmt, Marcello, Paperisinasce, Lois, Antonio (quello dei bus), Ifigenia.

…E ovviamente Margherita (auguri piccola) senza cui questo blog non sarebbe neanche nato quel 13 agosto 2009…

Ci sono storie senza tempo ma c'è un tempo per ogni storia.