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La vignetta perfetta su COMX DOME

ComxDome_numero_dueParlare di “vignetta perfetta” è sempre un paradosso nel fumetto.

Le vignette non sono isole sperdute: ognuna è fatta per stare con le altre.  C’è, come spiega lo studioso francese Thierry Groensteen, una solidarietà iconica, un collante in-visibile,  che le tiene insieme all’interno del racconto.

D’altro canto, è anche vero che ci sono vignette (o strofe di canzoni, o versi di poesia, o scene di film) che ti restano dentro, appiccicate alla memoria, qualche volta anche al cuore.

Negli ultimi mesi, mi sono chiesto spesso se era possibile provare a ragionare di questo aspetto così particolare. Quali sono le caratteristiche che rendono una singola inquadratura così efficace da marchiarsi nel fuoco dei ricordi?

Così, quando i nuovi amici di COMX DOME, innovativa rivista sul fumetto per Ipad, Iphone e altre Idiavolerie tecnologiche in punta di mela, mi hanno chiesto un contributo  ho pensato a questa piccola rubrica: una caccia alle pepite dell’oro fumettistico, sparse tra le migliaia  di tavole lette in questi anni.

Si parte con una vignetta “incipit” tratta da Ken Parker n°46, “Adah”, storia magistrale di Berardi e Milazzo del 1982. Eccovi l’attacco del pezzo:

Quali sono i rapporti tra la parola e l’immagine nel fumetto? I romantici parlano di un amore reciproco. I cinici malignano di un matrimonio d’interesse. Gli  scienziati del linguaggio che, per anni, hanno fatto la nuvoletta in quattro, alla ricerca della particella di Dio Fumetto che rivelasse il senso del mistero, continuano a interrogarsi. Nel frattempo, basta rileggere una vignetta d’esordio come quella di Adah per dimenticarsi di ogni diatriba teorica.

Il resto si scarica qui, “agratise”, se siete I-tecnologici. Buona lettura.

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Basta molto meno, o forse molto di più.

Sclavi_Casertano_Memorie_dall_invisibile

In questi giorni trovate in edicola (allegato a La Repubblica) la ristampa di una delle storie più belle della collana Dylan Dog: Memorie dall’invisibile.

Non è costume di questo piccolo blog fare promozione a questa o quell’altra iniziativa editoriale e, certo, la riedizione di una serie a fumetti cult come Dylan Dog non necessita di tanti salamelecchi. Tra l’altro, se devo dirla, nutro per questa ristampa a colori le stesse perplessità di cui ho parlato a proposito dell’operazione fatta per Tex.

Quel che però è innegabile è che, a colori o in bianconero, su carta patinata così come su carta da forno, la storia scritta da un Tiziano Sclavi ai massimi livelli – e disegnata da un altrettanto ispirato Giampiero Casertano – resta una delle più belle del fumetto italiano degli ultimi trent’anni.

Cosa ha di speciale questo racconto? Beh, per dirla con un paradosso proprio nulla. Nel senso che Memorie dall’invisibile c’è tutto quello che Sclavi è riuscito a condensare in Dylan Dog: una  serie che si nutre di citazioni, echi e risonanze di centinaia di altre serie, film, romanzi, canzoni, che l’hanno preceduta e che ne alimentano l’immaginario. Ma da tutto questo già detto, viene fuori incredibilmente qualcosa che non avevamo mai visto, mai ascoltato, mai percepito così.

Se ciò vale per diversi episodi riusciti della serie, nel caso particolare “il di più “- o se volete, l’originalità  – di questo episodio sta nel combinare gli elementi, dandogli  afflato poetico e potenza evocativa .

DD007E’ come se le memorie, le sedimentazioni, le ricorrenze seminate dagli autori, pagina dopo pagina, costituissero i gradini di una scala che il lettore sale smarrito, finché – giunto sul pianerottolo – non si ritrova con stupore sulla porta di casa.

Avrei la tentazione di farvi l’esegesi dell’albo vignetta per vignetta, ma rischierei di diventare noioso, come lo sono di solito i post entusiasti.

In fondo, come per la speciale condizione di visibilità/invisibilità  del personaggio protagonista della vicenda, i meriti del fumetto si risolvono in  due battute:

non servono formule nè vernici prodigiose, basta molto meno, o forse molto di più.

Quando il Ragno vestiva di nero

Faceva una certa impressione vederlo così: una silhouette scura su sfondo colorato, quasi un buco nero scoppiato sulla quadricromia della stampa. Per chi, per venti anni, l’aveva visto volteggiare tra le vignette dei comic book e tra i grattacieli di New York, in rosso e blu, la prima copertina con Spider-Man in calzamaglia nera fu un vero shock visivo.

Il mio articolo per lo speciale dedicato ai cinquant’anni di Spiderman racconta di quando alla Marvel decisero di rifare il look all’eroe, cambiando il costume. E assieme al costume, qualcos’altro cambiò definivamente.

Il resto lo trovate qui.

Effetto Paperica

Da piccolino, quando “l’hannodettoallativvù” era ancora un valore per me, c’era un giornalista del   telegiornale di cui  non perdevo un solo servizio dedicato al fumetto e all’animazione.

Accadde un sabato  che gli sentii recensire Fuga dal mondo dei sogni di Ralph Bakshi in uscita in quei giorni sugli schermi italiani.

Il giornalista ne parlò benissimo e io, incantato, mi precipitai il pomeriggio stesso a vederlo, con i soldi della paghetta settimanale.

Diciamolo chiaro: la pellicola era/è una ciofeca mostruosa, nonostante l’avesse fabbricata un abile artigiano dell’animazione non disneyana. Ma quello che mi sorprese davvero, fu ritrovare  il giornalista del TG, seduto due file avanti a me nel cinema.

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