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Era il tempo migliore e il tempo peggiore

“Era il tempo migliore e il tempo peggiore, la stagione della saggezza e la stagione della follia, l’epoca della fede e l’epoca dell’incredulità, il periodo della luce e il periodo delle tenebre, la primavera della speranza e l’inverno della disperazione. Avevamo tutto dinanzi a noi, non avevamo nulla dinanzi a noi; eravamo tutti diretti al cielo, eravamo tutti diretti a quell’altra parte — a farla breve, gli anni erano così simili ai nostri, che alcuni i quali li conoscevano profondamente sostenevano che, in bene o in male, se ne potesse parlare soltanto al superlativo…”

Charles Dickens, Racconto di due città (1859).

E nell’ombra di Ebenezer c’era tutto

Vecchia tradizione di questo blog, anche negli anni di magra “post-ale” come il 2013, è dedicare  in questi giorni almeno un pezzo alle tante variazioni de Il canto di Natale di Dickens.  Stavolta si parla del “canto” fumettistico di Chiqui De la Fuente. Vale come augurio di  “buone feste” a chi passa da queste parti. 

E nell’ombra di Ebenezer c’era tutto

Per molto tempo, quando il fumetto  prendeva in prestito storie della letteratura,  si parlava tout court di “riduzione”.

Certo, il termine corretto sarebbe stato “adattamento” – come accade per altri medium quali il cinema –  ma prevaleva “riduzione” perché assolveva tutti (tanto il riduttore, quanto il commentatore) dal problema della fedeltà all’originale.

Per alcuni era inconcepibile che un mezzo “bambinesco” come il fumetto potesse aspirare a restituire la complessità di un romanzo o di un racconto di prosa: i tanti livelli di lettura, l’approfondimento psicologico dei personaggi, il respiro ampio della narrazione…

Chiqui de la Fuente - Moby dick

Gli stessi cartoonist d’altronde erano abituati a sentirsi figli di un Dio artistico minore, rispetto a cinema, pittura e letteratura.

Ecco, allora  che la parola “riduzione” era il passaporto grafico umile di chi non pretendeva altro che “abbassare” il romanzo al livello dei più piccini.

E’ capitato anche a  Chiqui (José Luis) de la Fuente, disegnatore iberico che ha passato una vita ad adattare i grandi classici della letteratura, da IvanhoePinocchio, da Il barone di MunchausenMoby Dick, attraverso un segno caricaturale, nervoso e puntuto, capace di mescolare insieme umorismo e dramma.

Proprio per questa sua particolare sintesi, lo stile di Chiqui de la Fuente ha offerto anche una  curiosa – e per certi aspetti memorabile – versione a fumetti de Il canto di Natale.

Dell’opera dickensiana, il cartoonist spagnolo  – coadiuvato ai testi dallo sceneggiatore Carlos Conejo-  condensa le  principali sequenze letterarie in vignette animate come un piccolo palcoscenico di carta, su cui figurine cartoonesche recitano e si muovono in punta di matita.

Anche i cambi di pagina finiscono con il rimandare alla logica teatrale della “quinta”: il racconto fumettistico assume il ritmo di una vera e propria commedia per atti.

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Ovviamente, siamo lontani dalla profondità poetica dell’interpretazione grafica di Dino Battaglia, oppure da quella (recente), lirica e sognante,  di Estelle Meyrand.

Ma l’esibita “bidimensionalità” di questa versione restituisce  meglio di tante altre  la ricchezza e la varietà di registri narrativi dell’originale letterario:  la satira del vecchio Arpagone londinese; la storia gotica di fantasmi;  la parabola cristiana di redenzione; la fiaba natalizia…

Il canto di Natale di De la Fuente, Incontro con lo Spirito del Natale futuroLeggendola, ti ritrovi a pensare che quel termine – “riduzione” – abbinato al fumetto non è una vergogna “culturale”.

Al contrario è il risultato di una capacità espressiva autentica – in termini di sintesi linguistica e reinvenzione narrativa – che solo un medium “leggero”, fatto di segni onesti e minuti tracciati su  un foglio di carta, possiede.

C’è tutto nell’ombra compatta di china dello Scrooge di De la Fuente, tutto quello che serve per rinarrare l’opera di Dickens in forma diversa.

Lo spettro di Marley a fumetti

…Si fece bianco però, quando subito dopo lo spettro traforò la porta massiccia e gli entrò in camera, davanti agli occhi. Nel punto stesso la fiamma morente die’ un guizzo come se volesse dire: “Lo conosco! È lo spirito di Marley!” e subito ricadde.

Charles Dickens, Il canto di Natale (Strofa prima)

Ho, fra le mani Christmas Carol – the graphic novel , adattamento fumettistico anglosassone firmato da Sean Michael Wilson, Mike Collins e David Roach.

Una delle cose affascinanti del Christmas Carol sta proprio nella varietà degli esiti delle diverse reinterpretazioni grafiche cui ha dato luogo nel tempo.

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Ebenezer Max

Tra tutte le versioni (cartoon, fumetti, film) dell’adorato Canto di Natale di Charles Dickens che ho collezionato negli anni, mi mancava una rilettura “politica”. L’ha firmata Paolo Cosseddu sul suo blog:

Ebenezer Max era l’uomo più avido e dispotico dell’intera città. Semplicemente, odiava tutti. Al mattino era solito affacciarsi alla finestra e svuotare il suo pitale sui giornalisti che lo attendevano dabbasso, fuori dal portone…

Da leggere assolutamente, con spirito “vischio-vittoriano” e pazienza democratica. In fondo, di sti’ tempi, è più facile credere allo Spirito del Natale che a Bersani & Co.

Che bella cosa

Non ci sarebbe un farmaco legale che colmi un po’ di vuoto, un po’ di scontento?

Bruno Michelucci – Valerio Mastrandrea

Se Charles Dickens fosse nato a Livorno, negli anni Sessanta,  si sarebbe chiamato Paolo Virzì.

L’ho pensato ai tempi di La bella vita e Ovosodo ed, oggi, appena recuperato (in sala d’essai) La prima cosa bella, me ne sono convinto.

Non c’è trucco, non c’è inganno, venghino, siòri, venghino, a vedere come si possa raccontare le cose in maniera semplice, logica, “classica” e al tempo stesso, suscitare emozioni profonde.

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Scrooge’s screen (2)

Metti una sera di dicembre al cinema, uno spettatore adulto e la favola di Natale che preferisce.
Si vorrebbe gustare il film in santa pace, ma accanto gli hanno piazzato una bertuccia di 7/8 anni, che fa di continuo domande ai genitori su quello che accade sullo schermo. “Lo spirito del Natale delle palle fracassate” insomma.

Il misogino cinefilo che alberga in lui, a un certo punto, sta per sbottare e fare uno “Sshssshshsh” sul musetto della bimba, che la terrorizzerebbe per molte notti. Poi, però, si sofferma ad ascoltare i ripetuti, ottusi,  “Non lo so” con cui l’ignavo papà risponde alla pargoletta. E lui, lo spettatore adulto d’improvviso prova una istintiva, colossale tenerezza per quella bambina.

Scrooge’s screen (1)

Adoro il Canto di Natale di Charles Dickens. L’ho scoperto, da bimbo (nel 1982), nella versione a fumetti Disney di Guido Martina e José Colomer, con Zio Paperone nella parte di Ebenezer Scrooge e, negli anni, mi sono divertito a collezionare diverse altre traduzioni a fumetti, cartoon e audiovisive .

Dunque, non potevo che apprezzare la versione “filologica”, quasi da puristi, che Robert Zemeckis ne ha fabbricato per il cinema con l’aiuto della tecnologia digitale e di uno strepitoso Jim Carrey.
Certo, la necessità di spalmare il plot sulla stra-durata di un lungometraggio indebolisce un poco la compattezza narrativa dell’originale letterario. Ma ci sono almeno tre/quattro scene memorabili e una ricostruzione scenografica della Londra vittoriana da brividi.

Tanto per cominciare

Marley era morto. Tanto per cominciare. Su questo non c’è alcun dubbio.
Il certificato delle esequie era stato firmato dal pastore, dal segretario della parrocchia, dal becchino e da un parente. L’aveva firmato Scrooge. E in Borsa il nome Scrooge godeva gran credito, qualsiasi cosa decidesse di fare.
Charles Dickens, Il Canto di Natale

Citazione d’obbligo per il capolavoro dickensiano a  15 giorni dal Natale, mentre arriva nelle sale cinematografiche l’attesa versione digitale firmata da Robert Zemeckis .

Tornerò sicuramente a scriverne, perché  questa storia natalizia è una delle mie grandi passioni, sin da quando sono bambino. Nel frattempo, l’incipit letterario sottolinea anche il cambio di decoro di questo piccolo blog (ta da da dà), che si prepara a celebrare questi giorni zuccherosi con lo spirito giusto, o almeno ci prova.