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Gun in America

Il 21 Giugno 1968, Roy Lichtenstein raccontava l’America così dalla copertina di Time Magazine, con la pistola in pugno.

Nella sua simmetrica semplicità, la composizione inchioda l’occhio del lettore americano a guardare verso il centro, il nero della canna fumante, il fondo dell’abisso. E quando guardi nell’abisso, non puoi evitare che l’abisso guardi dentro di te.

La canna fumante è quella che, cinque anni prima, ha sparso il cervello di JFK sull’asfalto di Dallas. E’ quella che, tre mesi prima, ha strappato il reverendo King al sogno di un America più giusta.  E’ quella che, quindici giorni prima, ha ucciso Bob Kennedy a Los Angeles.

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Contare fino a dieci

Ritengo che i media abbiano bisogno di essere più attenti ed essere disposti a contare fino a 10, prima di diffondere nell’etere o mandare in stampa.
Bob Woodward (uno che se ne intende)

Ogni giorno la classe giornalistica italiota offre prove della sua scarsa preparazione e della sua malafede. In queste ore c’è stata, per esempio, una escalation da leggenda metropolitana sui “Donnie Brasco”, infiltrati nei cortei degli studenti ieri a Roma.
Per fortuna alle pletore di pennivendoli, fanno da contraltare i bravi cronisti.
E anche se, a volte, non mi trovo d’accordo con le sue opinioni, Francesco Costa lo è. Cavolo se lo è.
Leggete il pezzo.

L’uomo nero

L’hanno preso che era tunisino, arrestato che era marocchino.  Ma poi che cambia? Sempre nero è.

Nero, l’Uomo Nero che porta via i bambini. E si porta via la ragazzina bianca, quella che nessuno trova. Ti abbiamo sentito al telefono, maledetto, parlavi nella tua lingua, ma l’hai detto:

perdonami Dio non l’ho uccisa io… Ascoltami Dio, Ascoltami…

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La mia banda suona il mitra

Qualche tempo fa, ero in taxi, direzione aeroporto di Roma. Alla radio passavano Please Don’t Go di KC and the Sunshine Band e mi ero messo a canticchiarla, quasi senza accorgemene.

Se ne era accorto il tassista, che mi guardava con occhio divertito dallo specchietto retrovisore.

Come fai a conoscerla sta’ canzone? E’ roba dei tempi miei… 1978, 1979…

Dalla musica anni Settanta alla Roma anni Settanta, il passo è breve e  Renato, questo il nome del tassista,  mi raccontava di come quella musica gli rievocasse ricordi molto diversi.

Le feste con gli amici, le ragazze , ma anche certi incontri agghiaccianti nei bar di borgata. Perché lui era della Magliana, come quei famigerati bravi ragazzi, la  Banda della Magliana.

Me li ricordo. Sempre vestiti bene, sempre “cor sordo in tasca”, e con quell’aria, tipo: annamo a spaccà er monno…

Ho ripensato a quanto mi ha raccontato Renato, a quanto persino la musica giri intorno a certe cose, guardando l’altra sera Romanzo criminale, la seconda serie appena iniziata.

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Diritto e rovescio

Il pugno di Traian Marceanu ha colpito la povera Alessia e le ha spezzato la vita.

Con la forza bruta di un rumeno che – come ha detto stamattina il giudice per le indagini preliminari – “ha dimostrato abituale ed irrefrenabile ricorso alla violenza fisica, intesa come ordinaria reazione ad eventuali contrasti con terzi”.

Lei, l’infermiera, è crollata sul pavimento della stazione, ignorata dai vu’ cumpra’ e da quello sciame di clandestini che bivaccano nei pressi. Poi è arrivata la polizia, e l’aggressore ha capito che si metteva male: ha cominciato a blaterare qualcosa in un italiano stentato, ha detto di non averlo fatto apposta, ha pianto lacrime di coccodrillo capaci di commuovere solo i buonisti dei salotti.

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Uno strano giallo

Tutta la solidarietà del caso, ci mancherebbe. Di mezzo c’è la vita di una persona, costretta a vivere sotto scorta e questo paese ha vissuto storie troppo brutte per non prendere sul serio certe derive.

Ma, scorrendo i giornali, mi ha colpito la quasi totale assenza di riscontri alle versioni fornite dalle persone coinvolte. E’ lo stesso Maurizio Belpietro, nella sua ricostruzione, a ribadire di non aver visto nulla. Ha sentito solo i tre colpi sparati dall’agente della scorta contro l’attentatore.

Attentatore che nessun altro ha visto a parte l’agente. Soprattutto, nessuno ha sentito altro rumore che quei tre colpi detonati. Le contraddizioni sono davvero tante e, qui, qualcuno più preciso di me  le elenca tutte.

Da lettore, l’unica cosa che mi sento di dire è che, in un giallo letterario, la scena così come è stata raccontata non funzionerebbe. Il che non vuol dire che sia necessariamente falsa, solo che suona inverosimile per le molte cose che non tornano. Fa venire in mente le parole di Carlo Lucarelli in Nuovi misteri d’Italia:

La verità è lì, potremmo prenderla, guardarla, toccarla, leggerla, ma sopra c’è qualcosa, una menzogna, una deviazione, una bugia che ce la nasconde, la fa sparire, la rende segreta.