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Il Lato Oscuro non fa vacanza

Il Cucciolo arriva tutto trafelato:

“Papà, sveglia, sveglia!”

Io, la faccia affondata nel cuscino, farfuglio:

“Chiiii…. Coooosa…. Peeeeeeerchééééééé?!”

Cucciolo mi piazza davanti al naso lo StormTrooper :

“Papà alzati! Le tvuppe impeviali stanno attaccando Iuc ScaiUolcher!”

Io mi stropiccio gli occhi disperato, la voce ancora impastata dal sonno:

“Maaa….Sono le 7 del mattino… Oggi è vacanza…”

Cucciolo mi fissa con sguardo serio e compito:

“Papà, il Lato Oscuvo non fa vacanza!”

 

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Quattro lettere

The mobile storytelling theatre by AlexanderJanssonUn secolo fa ho scritto dei cartoni animati.

I venticinque lettori di questo blog  già lo sanno e, probabilmente,  tengono a questa informazione quanto il grande capo indiano Estiqaatsi.

Penso, però, di non aver mai detto da queste parti dell’emozione forte provata quando, per la prima volta, ho rivisto in tv una di quelle storie.

Una bella sensazione ma anche un certo senso di smarrimento – lo ammetto – come se dopo aver sudato le famigerate sette camice per realizzare scene e parole, dal momento che le vedi lì sullo schermo, concrete, tangibili, “reali”, paradossalmente senti che non ti appartengono più, semmai ti sono mai appartenute davvero.

Mi sono chiesto tante volte che cosa avrei provato nel vedere un bambino guardare uno di quei cartoni.

E’ accaduto l’altro giorno, tanti anni dopo. E il bambino non era un “bambino qualunque”. Era, anzi è, Cucciolo.

Purtroppo non ero lì affianco a lui, sul divano di casa, come ogni tanto capita di questi tempi, a guardare un film Disney. Ma mi dicono che sia avvenuto proprio così: su un canale satellitare passavano il cartone “di papà” e lui si è fermato a guardarlo.

Pare che l’incanto sia durato meno di due minuti, poi Cucciolo ha deciso che la storia non era granché ed ha preferito andarsene a giocare.

Se il campione di audience è attendibile, forse si capisce perché io – quindici anni dopo – non scriva più cartoni animati.

Fatto sta che in quei pochi minuti, è come se H.G.Wells mi avesse regalato un giro sulla sua mitica macchina del tempo, tra passato e presente, tra vissuti e mondi distanti anni luce che improvvisamente s’incontrano. E in mezzo c’è quello strano, incommensurabile, flusso di emozioni, desideri, rimpianti e scoperte che, chissà perché, abbiamo scelto di raccogliere in appena quattro lettere. Quella cosa incomprensibile che chiamiamo “Vita”.

Con te se ne parte la primavera

De Andre_ Ivo Milazzo

Avevo dodici anni quando la nostra illuminata insegnante d’italiano, mise sulla cattedra il suo vecchio registratore e ci fece ascoltare La guerra di Piero.

Rimasi rapito. Chiesi in prestito la cassetta e la riascoltai a casa, con le cuffie del walkman, fino a consumarla.

Non ricordo bene, ma credo fosse una raccolta fatta da lei con brani tratti da vari album: La canzone di Marinella, Il giudice, Il testamento di Tito, Il suonatore Jones… 

Era solo l’inizio di un lungo amore che è continuato fino a quindici anni fa, esattamente in questo giorno, quando Fabrizio De André ci ha ha salutato l’ultima volta.

A volte, mi chiedo come sarebbe stata povera la mia vita senza le emozioni che Faber mi ha dato e che continua a darmi.

Ne ho avuto la certezza  quando è nato cucciolo.

Sapete i primi giorni, quando ti metti in cerca di una ninna nanna con cui accompagnare il piccolo fra le braccia di Morfeo? Beh per me, stonato come una campana e con nessuna memoria per le parole delle canzoni, un bel problema.

Finché una sera, disperato,  con il frugoletto che mugolava fra le mie braccia…

La chiamavano bocca di rosa metteva l’amore metteva l’amore

è sgorgata da sola, dal fondo dell’anima, verso dopo verso.

E da lì, per parecchi mesi, è diventa la colonna sonora dei sogni di cucciolo.

Lo so: i contenuti non sono proprio adatti alle orecchie di un neonato, ma che vi devo dire? Funzionava.

Forse perché la passione animava persino la mia voce stonata e gracchiante.

Forse perché nemmeno la mia voce stonata e gracchiante riesce a cancellare l’incanto di Faber.

Sense of Wonder

Bessie Pease Gutmann Illustrazione per Alice in Wonderland 1907Ho visto il Sole baciare le rocce della Monument Valley in un tramonto alla John Ford.

Mi sono bagnato nel cielo d’Irlanda, quando pioveva col sole e si rideva con la pioggia. 

Ho ascoltato il ruggito delle cascate di Iguazù al confine tra Brasile e Argentina, tra pappagalli in technicolor e scimmie dispettose.

Ho annusato il profumo primitivo dei geyser e ho guardato negli occhi gli elfi,  lassù tra le distese silenziose d’Islanda.

E mi sono lasciato rapire al  canto dei muezzin in una Istanbul irreale, coperta di neve…

Non mi posso definire un “V”iaggiatore in senso assoluto, ma cose meravigliose ce ne sono tante nel  mondo e,  a volte, ho  avuto l’opportunità e la fortuna di inciamparci sopra.

Eppure,  se ripenso allo stupore provato dal cucciolo ieri, la prima volta nella sua vita che  ha visto da vicino il mare… Ecco è  difficile descrivere quel senso di meraviglia assoluta.

E,  mentre accarezzava delicatamente l’acqua salata come se avesse paura di sciupare l’incanto,  mentre sorrideva incredulo e un poco spaventato di fronte al l’immensità di quella distesa in-finita, ho pensato che è tutto lì. In quel senso di meraviglia.

Quella sensazione che si prova autenticamente solo una volta nell’esistenza, quando incontri la vastità del creato e ti senti parte di qualcosa di unico.

Romanzi,  film,  canzoni… Storie. Sono il nostro modo finito, e imperfetto, per rendere conto di quell’emozione. Che si tratti di storie di mezzi uomini e giganti o del primo amore fra una ragazza e un ragazzo, cambia poco.

Al fondo, il “sense of wonder” è ciò che ci portiamo dietro da ogni esperienza. E, forse -, dico forse con l’umiltà speranzosa di chi vorrebbe provarci –  sta in questa capacità di continuare a “meravigliarsi” la possibilità di vivere bene.

Come in uno specchio

miroir TintinDopo diciotto mesi, mi sono abituato alla tiritera affettuosa di amici e parenti:

il cucciolo ti somiglia tanto…

o all’opposto

…non ti offendere ma il cucciolo è tutto sua madre!

In entrambi i casi, di solito rispondo gigioneggiando:

Sì, l’idraulico ha fatto un ottimo lavoro.

La gara con la mamma, a chi ha trasmesso più tratti fisiognomici al pargolo, non mi appassiona. Anzi, se devo dirla tutta, gli auguro di assomigliare il più possibile a lei , perché ci guadagnerebbe. Sì certo, quei ricci ribelli saranno anche un tratto di famiglia, le fossette nel sorriso  un brevetto paterno, ma in fondo cosa importa?

Per ora l’orgoglio di padre è assorbito dal semplice vederlo scorrazzare per casa, o fare qualcosa che fino al giorno prima non faceva, o parlare in quello strano, divertentissimo, idioma che ha adottato da qualche mese.

La realtà è che quando guardo il cucciolo, io vedo solo il cucciolo. E’ questa la meraviglia. E’ questo  l’unico orgoglio.

Anche se…

E’ capitato l’altra mattina, quando il piccolo gnomo ha aperto gli occhi per il buongiorno e mi ha convocato al suo lettino, con quella vocina ancora gracile ma che non ammette repliche.

L’ho preso in braccio. L’ho guardato e lui ha guardato me, con gli occhi ancora morbidi di sonno, eppure spalancati sulla vita, come solo quelli di un cucciolo di diciotto mesi sanno essere.

E in quel momento, mi è sembrato che il suo sguardo mi scrutasse dentro, come mai mi era accaduto prima. Come se il mondo non esistesse, come se il mondo fosse tutto lì, riflesso nei suoi occhi. Come se a guardarmi fosse un altro me stesso.

Come in uno specchio dell’anima.

It’s a plane, it’s a bird…

superbabyIl cucciolo è alle prese con un’arancia enorme che cerca di mettersi in bocca tutta intera.

Il papà lo accarrezza amorevole:

Cucciolo, è ora che io ti dica tutta la verità…

Il cucciolo guarda il babbo, con aria distratta, mentre continua gli esercizi di arancioterapia.

…Noi, cucciolo, non siamo originari della Terra.  Siamo nati su una stella lontana, chiamata Krypton, e poi giunti su questo pianeta con un razzo… Il Sole di questo Sistema ci fornisce poteri straordinari che dobbiamo mettere al servizio dell’Umanità.

Il cucciolo non pare colpito dalla scottante rivelazione: la buccia dell’arancia resta più interessante.

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