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Obama: last (president) christmas

Malia e Sasha erano piccole, piccole. Michelle aveva il volto molto più giovane e riposato. Barack… Non ne parliamo nemmeno.

8 Natali alla Casa Bianca: guardi le christmas card della famiglia Obama  e ti rendi conto di quanto tempo sia passato. Per loro, per l’America, per il mondo.

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Quanto tempo… Perfino per te che, in fin dei conti, hai poco da spartire con questa bella famigliola americana, ma che hai “adottato” questo Presidente come se fosse il tuo. Che, in questi anni, hai gioito delle sue vittorie e condiviso le sue amarezze, manco abitassi nel Wisconsin o nel Tennessee. Con una certezza:

Obama ha cambiato tutto.

Sì, certo: in termini politici è un giudizio partigiano e parziale che in tanti, da destra e da sinistra potrebbero contestare. Ma in termini di comunicazione, di storytelling pubblico, di immaginario collettivo, non hai dubbi.  E hai provato a spiegarlo (qui e qui).

A ogni “ultimo Natale“, guardando queste foto di famiglia, ti sei ritrovato a pensare che quel qualcuno speciale cui consegnare il proprio cuore (politicamente)  della celebre hit degli Wham non potesse che essere lui.

E, stavolta che davvero si celebra il suo ultimo Natale da Presidente, c’hai un magone che manco quando togli la Stella dall’albero il 7 gennaio.

Non sappiamo cosa ci si riserva il futuro… Beh certo le premesse sono quelle che sono…

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Quei geni comici del  Saturday Night Live hanno provato a immaginare in un devastante rap anni Novanta cosa rischiamo di perdere, quando Barack e Michelle faranno le valigie. Un malinconico e imperdibile

Jingle Barack

 [Intro: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
Yeah, it’s been a dope 8 years but now we got 1 last Christmas with Barack Obama. So, if we going out, we going out with a bang

Let’s get holly and jolly, shall we?

[Verse 1: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
It’s December 24th in the U.S.A
And the party’s going down in a major way
The DJ is bumping, crazy snow outside
There’s eggnog and chicken and turkey and fries
We still got Barack, so you know what that means
We shooting some hoops in high waist jeans
So ‘tis the season, let’s spread some cheer
It’s the last Christmas with Barack still here

[Chorus: Kenan Thompson]
The last Christmas
Barack’s still here

[Verse 2: Kenan Thompson, Chance The Rapper]
Hey, kids enjoy the presents while you can
‘Cause next year you might get a bomb from Iran
Look man, we got birth control under the tree
And we’re stuffing every stocking with legal weed
Hey Eric, Hey Mike, get married tonight
Real quick, let in every immigrant in sight
So go nuts before the North Pole disappears
This is the last Christmas before Trump next year

[Chorus: Kenan Thompson and Chance the Rapper]
The last Christmas
Barack’s still here

[Bridge: Kenan Thompson, Chance The Rappe]
The last Christmas
Before Trump next year

Oh snap, even Jesus is getting down

Dang, Jesus, I didn’t know you was a Democrat

[Verse 3: Chance The Rapper]
This year I bought four Christmas trees
Stockpiled all the Home Alone DVDs
I got batteries, canned food, everything I need
There will probably never be another Christmas Eve
Been drinking eggnog like I don’t care
I’m-a hurt myself before we lose ObamaCare
Say goodbye to Barack, say goodbye December
For a new holiday called Regular Winter

[Verse 4: Chance the Rapper, Darryl McDaniels]
Even Kanye is endorsing him
Got Obama back smoking Newports again
Left the cookies, last will and testament
For the first maybe last black president
I’m decked out in Santa gear from head to toe
Then I noticed Papa wasn’t in his festive clothes
I said, ‘Dad, what’s wrong?’
And he said back, ‘Never trust a white dude wearin’ no red hat.’

[Chorus: Kenan Thompson, Chance The Rapper and Darryl McDaniels]
The last Christmas
Barack’s still here
The last Christmas before Trump next year

[Verse 5: Leslie Jones]
Here I go, here I go, here I go again
Girls, what’s my weakness? Joe Biden
He makes me feel funny in my Christmas wreath
With his aviator shades and his big ass teeth
Wanna take a freaky ride with Amtrak Joe
We could share ice cream under mistletoe
So Joe, snuggle up for a four year nap
And I’ll tell you what I want while I sit on your lap

[Outro: Chance The Rapper]
Jingle bell, Jingle bell, Jingle Barack
I do the Jingle Barack
Last Christmas with Obama
So hug your baby mama
And do the Jingle Barack

Jingle bell, Jingle bell, Jingle Barack
I do the Jingle Barack
Last Christmas with Obama
So hug your baby mama
Might be the very very last Christmas

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La memoria è un filo spinato

Ci sono storie che trovano il loro significato in una sola parola. Così come ci sono immagini che trovano il loro significato in un solo particolare.

Quando guardo questa foto scattata da un grande fotoreporter come Livio Senigalliesi a Buckenwald nel 2011, non posso fare a meno di pensare che tutto il dolore di cui questa immagine porta il peso, passi lì  per un singolo elemento:  il filo spinato.

Dolore figurativo, perché quel filo metallico è diventato, nel tempo, il simbolo dell’inaudita follia.  Migliaia di immagini, racconti, documentari, film  ci spingono ad associarne l’effige ai campi di concentramento.

Dolore comunicativo anche, senza dubbio, perché l’obiettivo della macchina fotografica lo pone in primo piano: prima di tutto il resto. Davanti ai nostri occhi.

Dolore, mi permetto di dire – e non sembri riduttivo –  plastico. Quasi materico, quasi “tangibile”, persino per noi che guardiamo la foto in questo momento attraverso lo schermo di un laptop o di un telefono.

Insomma, anche se per paradosso, volessimo fingere di dimenticare tutte le sue implicazioni storiche, quella rete  di  filo spinato nella sua essenzialità di linee nere che “tagliano” la superficie luminosa, resterebbe lì ad ammonire il nostro sguardo.

Linee  nere diagonali e verticali incrociano qualsiasi traiettoria l’occhio scelga di seguire. Ci costringono a “guardare attraverso”: a costruire la nostra interpretazione del racconto, partendo da loro.

Togliete quelle linee. E vi resteranno due figure sfocate, un anonimo scorcio di campagna e uno sbiadito edificio con la ciminiera.

Togliete il filo spinato e il racconto sparirà con esso.

Che è poi, traslando, è il fine di tutti i negazionisti e i riduzionisti di ieri, di oggi e di domani: sostenere che il filo non c’è mai stato.

In fondo cosa ci costerebbe dargli retta?  La ciminiera non diffonde più i suoi fumi di morte. Il prato non ospita più corpi martoriati e inermi…

Si potrebbe replicare in molti modi etici, religiosi, politici. Ma credo che la risposta moralmente più forte ce la offra proprio la foto di Senegalliesi.

Il filo c’è stato purtroppo. Il filo c’è, ancora oggi, malgrado tutto.

Il filo ci aiuta a ricordare.

Il coraggio di guardare

Un fotoreporter è un narratore che entra nelle storie senza bussare.

Guardate questa foto, ad esempio. Guardate quella mano ossuta  che la donna oppone all’obiettivo che ha di fronte.

A Syrian Kurdish woman walks with her ba...A Syrian Kurdish woma

La mano è il fulcro del racconto. Lo è perché occupa il centro compositivo dell’inquadratura, ma lo – ancor prima – in senso cromatico e plastico.

La mano è più chiara del resto della figura della donna e del piccolo bimbo che tiene tra le braccia. La sua chiarezza richiama il bianco del cielo e di tutte le altre figure sullo sfondo, ma mentre tutti questi elementi vengono “spezzati”  dalla sfocatura dall’obiettivo, la mano resta l’unica figura nitida.

Potremmo contarli tutti  i segni sul palmo della donna. Potremmo improvvisarci chiromanti e percorrere la linea di una vita tanto difficile. Coglierne il dolore. Condividerne il tormento.

La maggior parte dei fotoreportage di guerra innesca questa commozione con lo sguardo dei protagonisti. Penso a certe foto dello stesso autore (Bulent Kilic), o in passato (con stili diversi) a Steve McCurry e Gilles Perres.

In questo caso, al contrario la commozione è innescata dallo sguardo negato. Da quegli occhi nascosti dietro una mano. Dietro un gesto di disperata dignità.

Proviamo a metterci nei panni di Kilic, nel momento dello scatto. Avremmo rispettato quella mano?

Forse tanti di noi, compreso il sottoscritto, si sarebbero fermati. E avremmo sbagliato.

Perché, vedete, se in queste settimane i più grandi esperti del mondo celebrano Bulent Kilic come “Fotoreporter dell’anno“, non è semplicemente per la sua bravura tecnica (colossale peraltro).

Quello che rende indelebili i suoi scatti, come quelli di altri grandi del mestiere, è il coraggio. Non solo, come è ovvio, il coraggio di essere lì a sfidare mitra e bombe, a rischiare la pelle.

Parlo di un coraggio forse meno eclatante ma altrettanto indispensabile per quello che Bernardo Valli definisce, ancor prima che un mestiere,  una “condizione esistenziale”.

Come dicevo all’inizio, il fotoreporter entra nelle storie senza bussare. Non può fermarsi davanti a una porta e, a volte, nemmeno, di fronte a una mano per quanto dignitosa.

Nell’era in cui vediamo tutto costantemente, ad ogni ora, su ogni supporto, ma in cui paradossalmente abbiamo sempre meno tempo e voglia di guardare le cose per quello che sono, il fotoreporter non distoglie mai lo sguardo.

E’ uno che rischia il cuore oltre alla pelle. E’ un narratore che trova sempre il coraggio di guardare.

Guardando nel giusto

Vi chiedo per un momento di dimenticarvi di Gaza, delle tante di immagini terribili che raccontano storie terribili e che, forse avrete, già visto in queste settimane.

Vi invito a guardare questa  foto, facendo finta di non sapere nulla della Palestina e di Israele, di non esservi già fatti un’idea – ammesso che ve la siate fatta-  dei torti e delle ragioni, del giusto e dello sbagliato.

Suhaib Salem - Foto Reuters - Gaza 2014

Cosa vedete?

C’è un bambino seduto in mezzo a delle macerie. E c’è un contrasto fortissimo tra lui, tutt’uno con la poltrona, e l’incongruo scenario in cui si trova. Un contrasto reso più denso dalla differenza  di colori: scuri e compatti per il bimbo e la poltrona (quasi una macchia unica),  grigi e sbiaditi per le polverose macerie.

L’espressione del bimbo non è quella di chi ha subito un dramma da poco,  che ne so un crollo del palazzo, o qualcosa di peggio.  La sua sembra l’aria svagata di un qualunque ragazzino, seduto davanti alla tv.  Ma qui non c’è tv, non c’è parete, non c’è nulla. Tranne lui. Fermo sulla poltrona.

Ma se il bimbo è immobile. Il racconto no, si “muove”.

Si muove in maniera sottile, seminando inquietudine a livello comunicativo. Si muove tra primo piano e sfondo, in quella sfocatura non uniforme, più intensa verso l’alto e sul lato sinistro, meno intensa scendendo verso il basso a destra.

Ed è qui che il nostro sguardo incrocia il bambino, non centrato nell’immagine, ma pressoché confinato nell’unica zona nitida dell’inquadratura.

Costretto in quell’unico angolo del racconto, in cui la “gravità” della sua vita, stravaccato su una poltrona consumata e polverosa,  ha ancora un minimo significato.

Oppresso dalla sfocatura che toglie nitidezza a tutto il resto. Silenziosamente rassegnato, al non senso di tutto ciò che lo circonda e lo sovrasta.

Questa è l’analisi. Il resto è sensazione.

 

Non voglio convincervi di nulla, ma penso che non potremmo mai spiegarci come il bambino è finito lì.

E’ una fiction ai confini della realtà. Non ci sono torti e ragioni sufficienti da una parte e dall’altra, per giustificare alcunché.

Ma, paradossalmente, in questa immagine che porta il dolore della storia, io vedo il giusto.

L’unico giusto che resta, dopo le bombe, il sangue e le macerie.

Lo vedo e penso ai versi di un poeta israeliano, Yehuda Amichai

 

 Dove siamo nel giusto

Dove siamo nel giusto

non sbocceranno mai

fiori in primavera.

Dove siamo nel giusto

è pesto e difficile come un cortile

Però i dubbi e gli amori fanno

il mondo rivoltare

come talpe, come aratura.

E un sussurro sentiremo nel luogo

dov’era la casa

che è stata distrutta.


(Traduzione dall’originale in ebraico di Bruno Osimo e Maya Katzir)

Letta qui

A nostra immagine e somiglianza

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La forza delle storie è che ci proiettano, con la loro “energia narrativa”, laddove a volte  fatichiamo ad arrivare con lo sguardo razionale.

Ieri, per esempio, c’è voluto il racconto di uno sciamano bianco su un isola sperduta, tra folle di disperati, per ricordare a un intero paese quanto il nostro modo di vedere gli altri sia filtrato, e a volte distorto, dalla prospettiva parziale che assumiamo.

Anche lasciando da parte le (enormi) implicazioni politiche e sociali di una definizione come “globalizzazione dell’indifferenza”,  essa è ancor prima che una valutazione morale, una perfetta analisi “semiotica” di come funziona il nostro modo di percepire la realtà, nel bene e nel male.

Siamo talmente immersi in un punto di vista che finiamo, a volte, per assumere ipso facto che la rappresentazione del mondo che ne deriva sia l’unica legittima.

Ma ecco che una foto come “Ondria Tanner and Her Grandmother Window-shopping” (1956), di Gordon Parks ci aiuta a ricordare come tutto può essere rovesciato, provando a guardare le cose con gli occhi di qualcun altro.

E’ banale dirlo, ma forse vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, per chi crede come per chi non crede. Perché, in fondo, prima o poi nella vita, siamo tutti gli “Ondria Tanner” di qualcun altro.

Deve averlo pensato, guardando fuori dall’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, anche l’astronauta italiano Luca Parmitano che fra una manciata d’ore, uscirà dal portellone della stazione orbitante per una “passeggiata spaziale“. Qualche giorno fa, raccontando la prima esperienza lassù, a 400 km dalla Terra, così raccontava le sue sensazioni:

Paradossalmente una delle cose di cui solo ti rendi conto a questa distanza è che noi siamo abituati a pensare alla terra in termini di località, di luoghi diversi come per esempio i 5 continenti, città e vari paesi confinanti ma da quando sono quassù, mi sono reso conto che questa divisione ce la siamo inventata noi.

Non esistono confini nel mondo! il mondo è uno! A questa distanza non si riesce a rendersi conto dell’altezza delle montagne, della profondità di una valle o dell’insormontabilità di un fiume per cui il mondo diventa uno: senza frontiere.

Fuori posto

Nova York_ 1958_Nina Leen_Time & Life PicturesGetty ImagesCosa ci fa ridere in una storia? Cosa desta l’attenzione del nostro occhio e ci muove al sorriso?

Non esiste una risposta sola, ma questa foto degli anni Cinquanta (un clic per ingrandire) di Nina Leen – grande fotoreporter del settimane Life – offre un buon esempio di come si possa costruire una storia ironica, mettendo qualcosa “fuori posto” nella rappresentazione.

A volte si tratta di un oggetto. A volte, come in questo caso, si tratta di un personaggio. Perché è evidente che, in questo microcosmo visivo, il piccolo signore anziano al termine della fila, sia una figura che saremmo portati a definire buffa.

La sua semplice presenza, al termine di una coda tutta femminile, ci appare incongrua. La sua statura ridotta rispetto a quella delle vicine svettanti “spicca”. Il suo vestiario impiegatizio stride con i tailleur eleganti delle signore. La sua aria assorta nella lettura si oppone agli sguardi inquieti delle astanti, concentrate sullo sportello. E qualunque sia l’oggetto dell’impazienza femminile, l’uomo con il cappello non sembra avvertirla, anzi gli fa da contrappunto con serafica tranquillità.

Tutto questo gioco visivo, si basa su due dinamiche che vanno di pari passo: differenza e somiglianza. Differenza tra l’uomo e le donne, ma anche somiglianza tra una figura femminile e l’altra. Ad esempio, ad un livello plastico, le figure femminili sono rappresentate da forme e colori tutti contigui, con rombi e quadrati delle testure che sembrano inseguirsi e intrecciarsi l’un l’altro, creando una fortissima continuità visiva. L’unico elemento dissonante è la macchia scura “umana” che insiste su una verticale propria, distante, separata, indipendente da tutto il resto.

Pensateci. L’uomo con il cappello, fotografato da solo, sarebbe assolutamente anonimo: non c’è nulla di ridicolo in lui come personaggio. E se ci fosse una sola signora accanto a lui nell’inquadratura, la differenza rimarrebbe nel canone della normalità. Le due figure sarebbero sullo stesso piano, la loro vicinanza non ci farebbe sorridere.

L’ironia della situazione rappresentata da Nina Leen deriva dalla possibilità di cogliere in una moltitudine omogenea, una figura- una sola – che rompe l’equilibrio per la sua diversità. E’ l’effetto narrativo del pesce fuor d’acqua che alimenta da millenni una quantità enorme di storie fotografiche, cinematografiche, pittoriche, teatrali…

In fondo, il meccanismo di identificazione della situazione è fortissimo. Chi di noi non si è mai trovato, in qualche frangente dell’esistenza, “fuori posto” in fondo a qualche fila?

E magari conservassimo sempre la serafica indifferenza dell’omino con il cappello al nostro destino. Quando la vita ci costringe al ruolo di pesci fuor d’acqua, a volte non resta che annaspare e sperare in qualche vasca da bagno dove tuffarsi al più presto.

Con gli occhi chiusi

Lunedì scorso l’inaugurazione ufficiale della seconda Presidenza Obama.

Tra le tante foto che raccontano questa storia quella di fianco (un clic per ingrandire) di Kevin Lamarque mi ha colpito particolarmente.

Kevin Lamarque Inagural Ball Rose Gennaio 2013

Lo scatto riguarda la serata di gala, il ballo presidenziale che ha concluso la lunga giornata di Barack Obama, dopo il bagno di folla per il giuramento tradizionale.

Che lo staff del Presidente sappia sfruttare al massimo il carisma pop del personaggio è un fatto acquisito e rappresenta uno dei punti di forza della comunicazione obamiana.  Qui, ciò che sorprende di un ritratto, all’apparenza scontato, è la prospettiva della storia. Il punto di vista adottato non appartiene al Presidente ma alla

First Lady

Ad un primo impatto figurativo, è il suo viso sereno, emozionato, assorto a conquistare l’attenzione dello spettatore. E’ il racconto pubblico di  una dimensione privata e intima: una donna innamorata del suo uomo. Che sia anche l’uomo di Stato più potente del pianeta, sembra quasi passare in secondo piano, così come la scritta alle spalle della coppia. Dovrebbe ricordarci l’occasione storica in cui è stata scattata ma appare sfocata, ininfluente.

Per un momento davanti all’obiettivo del fotografo, scompaiono il Presidente e la First Lady. Restano solo Barack e Michelle, l’uno per l’altro.

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Ora è il tempo

Questo tempo è gravido di avvenimenti … non lo sprecate.

Quando ci libereremo dalla superstizione, dai pregiudizi, quando trionferà la verità, il diritto, la ragione, la virtù se non adesso? Quando risorgerà l’amor della patria? Quando? Sarà morto per sempre? Non ci sarà più speranza? Io parlo a voi…

Ora è il tempo… O in questa generazione che nasce, o mai. Abbiatela per sacra, destatela a grandi cose, mostratele il suo destino, animatela.

Giacomo Leopardi, Dell’educare la gioventù italiana, Recanati, 1818-1820