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E poi lo chiamarono David

Circa 15 anni fa studiavo sceneggiatura e passavo le giornate con altri giovani scrittori che sognavano di fare un cinema e una tivvù diversi da quelli imperanti nel nostro paese.

Non che avessimo tutte le stesse idee, ma  in gran parte ci accomunava un certo gusto “americano”: l’ambizione di fabbricare storie capaci di mettere insieme emozione e riflessione, di utilizzare i generi andando oltre i generi…

Eravamo dei folli? A volte la sensazione l’ho provata in tutto questo tempo.

Ma se oggi guardo a serie come “Gomorra”  o “1992”, mi rendo conto che alcuni di noi – quelli di sicuro con più talento e forse pure con più “cazzimma” per dirla alla Oxfordiana – a forza di provarci, ci sono riusciti.

Ieri, per esempio ai Premi David di Donatello  (gli “Oscar” del cinema italiano) ha sbancato un film come “Lo chiamavano Jeeg Robot”, che solo 15 anni fa sarebbe stato impossibile – non dico realizzare  ma anche pensare – nel nostro paese.

Un film che ho amato per tanti motivi (alcuni li spiegavo nella recensione per “Lo Spazio Bianco”) e, recentemente, ho avuto anche il piacere di parlarne con uno degli autori,  Menotti (sempre su “Lo Spazio Bianco”).

Ecco, lui è una delle belle persone che ho “sfiorato” nella mia precedente vita da apprendista stregone di storie, quando Roberto già lavorava da qualche anno per la tivvù, dopo aver fatto a lungo anche fumetti molto raffinati.

Così ieri sera, seduto sul divano, seguivo la cerimonia di premiazione con questo trasporto “generazionale”, con commenti più da “ultras ” che da cinefilo, ogni qualvolta  veniva consegnato un David a Mainetti & Co.

E pazienza se proprio il premio alla sceneggiatura  (uno degli elementi più convincenti  dell’opera, al pari della straordinaria regia e delle ottime prove d’attore) è andato altrove.

Resta il senso di una colossale scommessa espressiva  vinta. Resta la qualità di una storia che – come mi è capitato di scrivere – funziona prima ancora che con gli effetti speciali, con gli affetti speciali che innesca nello spettatore.

 

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I figli del Capitano Walt

Il cartoonist Alexis Nesme cucina  “I figli del Capitano Grant” di Jules Verne in salsa antropomorfa “paradisneyana”, per rinarrare in maniera originale un classico della letteratura d’avventura ottocentesca.

Mi ero gustato questo curioso Verne a fumetti, quando vivevo in Francia nel 2010. Ora l’opera è stata tradotta e pubblicata in italiano da Tunué. In un pezzo a quattro mani con la brava Maya Quaianni, ne scriviamo e ragioniamo su Lo Spazio Bianco.

Come far diventare un fumetto “cult”

Tante volte per capire come funzionano i media basta una piccola storia.

Permettete che ve ne racconti una che parla di (tanto per cambiare) di fumetti?

Una ventina di anni fa, Roberto Recchioni e Leomacs diedero vita a un personaggio “Battaglia”, per certi versi interessante, di sicuro curioso. Pietro Battaglia è un vampiro italiano, nel senso che sono italiani gli autori, ma è italiana (ed inedita, visto il genere) anche l’ambientazione, prima storica e poi contemporanea, delle sue storie. Il personaggio ha avuto una vita editoriale travagliata, come hanno raccontato di recente gli stessi autori al COMICON di Napoli, nell’annunciare una nuova serie che punta a rilanciarlo. Sin qui, tutto nella norma.

La cosa interessante è il battage che accompagna la resurrezione di questo italico succhiasangue. Prendete questo articolo entusiasta, pubblicato da tg com, qualche tempo fa:

 Personaggio cult del fumetto italiano

Appena l’ho letto, sono rimasto sorpreso. Voglio dire “cult” è una definizione importante che implica un valore di originalità, se vogliamo anche di qualità speciale. Visto che, a suo tempo, avevo letto le storie e non ne ero stato così folgorato, mi sono chiesto se non avessi preso un abbaglio, o semplicemente se i miei gusti non coincidessero con quelli dell’articolista… Così, mi sono messo a cercare in rete, altri pezzi sull’argomento.

Storia di un cult

Risalendo al 24 marzo, su comicsblog ho ritrovato gli stessi termini entusiastici.
Salvo che lo stesso giorno anche “Lo Spazio bianco”, nel riportare la notizia con la stessa definizione di valore, chiariva che  il termine “cult” arrivava non da un giudizio critico ma dal un comunicato stampa della casa editrice della nuova serie.
La cosa ancora più curiosa è che se uno si prende la briga di proseguire la ricerca da gambero su su google, scopre che la cosa era accaduta già in precedenza…
Pensate che “XL di Repubblica” a febbraio 2014, a proposito della ristampa del personaggio, strombazzava anch’essa
Le avventure di un personaggio cult del fumetto italiano
 Stessa cosa… a Gennaio 2014  anche sul Corriere della Sera... (Caspita).
Se però ci si prende la briga di confrontare altre fonti, come anticipavo, anche qui ci si accorge che la definizione arriva sempre da un comunicato stampa della casa editrice.
Quindi in definitiva, gli unici che parlano di “cult” a proposito di “Battaglia” da almeno due anni, sono i suoi editori.

..O quasi

 In tutto questo, ho trovato una sola recensione seria quella di Salvatore Cerasio (febbraio 2014) che su “Lo Spazio bianco” associa al fumetto di Recchioni e Leomacs, il termine “cult” ma chiarendo molto bene il senso  della definizione:
Personaggio forte, quasi un cult dell’editoria a fumetti italiana, visto il buon numero di volte in cui sono state ristampate le sue storie…
 Certo da questo punto di vista si può parlare di quasi cult e, aggiungo io, anche di fortuna editoriale vampiresca, visto che tante opere di “culto” di autorucoli come Micheluzzi o De Luca per anni hanno fatto fatica a trovare qualche editore disposto a ristamparle, al contrario di Pietro Battaglia.
Aggiungo che in Francia, dove il personaggio è stato pure pubblicato, nessun articolo o recensione cita l’opera come “cult”.
Dico tutto questo non per criticare chi quei comunicati stampa li ha realizzati o gli autori che  promuovono la loro opera (“Oste, com’è il vino?”), ma per registrare come certi (corto)circuiti mediali possano prodursi sotto i nostri occhi, senza nemmeno accorgersene.
Se qualcuno domani, in cerca di notizie sul personaggio, ad esempio si fermasse a quello che hanno scritto testate autorevoli come Repubblica o Corriere della Sera, chi potrebbe negare che Battaglia rappresenti davvero un “cult”?

La matita non dimentica

Il problema è Maus.

Dopo Spiegelman, è difficile per qualsiasi narratore  – non solo del fumetto, forse – avvicinarsi al racconto della Shoah senza apparire retorico, eccessivo o semplicemente inadeguato.

Ma questo è un discorso puramente accademico che prescinde dall’immenso peso, per tutta l’umanità, di quanto accaduto con l’Olocausto.

Le remore espressive sono sovrastate dall’imperativo etico, oltre che dall’urgenza personale, di ricordare e di raccontare ancora quella storia.

Continua a leggere La matita non dimentica

Michele, Nathan e i filosofi greci

…Arriva un punto, dopo un certo numero di anni, in cui il fumetto seriale è un moloch che rischia di divorarti.
Hai prodotto talmente tanto che ti sembra tutto uguale. Qualunque cosa ti ritrovi a scrivere, l’hai già scritta. Quindi, se tieni alla qualità del tuo lavoro, devi sorvegliarti.
Se invece pensi solo alla pagnotta, è un altro discorso. Nel nostro lavoro, più produci e più guadagni. Però, non nascondiamoci dietro un dito: se scrivi più di mille pagine all’anno, non stai scrivendo capolavori. C’è una bilancia che cerchi di tenere in equilibrio tra le tue esigenze economiche e la qualità del tuo lavoro.

Michele Medda, intervistato per Lo Spazio Bianco

Non capita tutti i giorni d’incontrare e intervistare uno dei propri autori preferiti, a me è accaduto qualche mese con Michele Medda, uno dei più bravi scrittori di fumetti italiani.

Mi dicono che ne sia venuta fuori una conversazione interessante sul fumetto e sul mestiere di sceneggiatore. Se così è, ovviamente, il merito è dell’intervistato.

L’intervista è online da qualche tempo su “Lo Spazio Bianco”: la prima parte la trovate qui. La seconda qui (ci trovate anche la spiegazione del curioso titolo di questo post).

Charlie e i giganti

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Elio Vittorini: …una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quan­tità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po’ co­me le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l’una, di quattro invariabili e una variabile l’altra, si ha allora un “continuo” che approfondisce non solo numericamente il signifi­cato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

Umberto Eco: Questo mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spie­gare a qualcuno, che non è abitua­to ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qualcuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di ro­manzo, una pagina letteraria. Leg­ge un brano isolato, due o tre pa­gine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bi­sogna tener conto proprio della lo­ro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche po­polari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripe­tersi delle avventure…

Il sito Comicom ha recuperato, qualche mese fa, il bel dialogo tra Vittorini, Eco e Del Buono sui Peanuts e sul fumetto, pubblicato nel  1° numero di Linus (1965).

Nonostante siano passati cinquant’anni, per chi s’interessi di fumetto e in particolare di serialità, quelle annotazioni sono un patrimonio preziosissimo. E ci ricordano che – per quanti sforzi facciamo – siamo solo un’altra generazione di nani aggrappati sulle spalle di giganti.

La firma della storia

Storytelling by randis (devianart)Che ogni storia abbia un cantastorie alle spalle è ovvio, ma non è detto che la firma in calce al racconto o al quadro sia sempre leggibile.

Così, a millenni di distanza, continuiamo a  chiederci se sia davvero esistito un aedo cieco di nome Omero, o se il nobile bardo fosse un tale William Shakespeare.

Certo, l‘Iliade e Macbeth sono ancora qui con noi e tanto basta per l’umanità dei lettori.

Resta il fatto che, come avrebbe detto Trilussa, li “popoli ciovili” si danno delle regole e, per salvaguardare il credito di riconoscenza con i fabbricanti di storie, ci siamo inventati  il “diritto d’autore”. Che cambia di epoca in epoca, da paese a paese, con distinzioni non di poco conto.

Penso banalmente, alla grande scuola del fumetto disneyano in Italia.

Oggi ci sembra normale leggere i nomi di Tito Faraci, Giorgio Cavazzano e Silvia Ziche in calce alle storie. Eppure, solo trent’anni fa non era così, come hanno documentato in un bel saggio Fabio Gadducci e Mirko Tavosanis.

Oggi, la rivoluzione digitale offre tante opportunità  ed altrettante pericolose involuzioni. La vicenda che racconta il cartoonist Luca Giorgi in questo senso fa riflettere.

Immagino accada sempre più spesso, perché ormai nell’era dei socialcosi è fin troppo facile cedere alle lusinghe del “condividi”, senza indagare  troppo sulla provenienza dell’immagine. Non posso escludere di esserci cascato anch’io qualche volta.

Cosa vuoi che sia? Dirà qualcuno e, invece no: è importante. E non lo dico, in maniera egoistica, come autore iscritto alla SIAE, che ogni anno percepisce (sempre più sparuti) talleri per le storie scritte.

I talleri hanno un valore, ma ancora più valore ha il riconoscimento pubblico del proprio lavoro. E’ un fatto di dignità sociale, ancor prima che di civiltà legale.

Nella calza, una rivista fiammeggiante e una “vignetta perfetta”

Comx Dome befanaIpadisti fumettofili di tutto il mondo unitevi… per leggere!

E’ disponibile su App store/Itunes l’ultimo numero di “Comx Dome“, il primo magazine fumettistico interattivo sviluppato per iPad e iPad Mini.

Ci sono una selva di cose interessanti tra cui spiccano una videointervista al maestro Eleuteri Serpieri e un bell’articolo su quel piccolo, grande  capolavoro che è Rughe di Paco Roca. Per avere un’idea, potete visionare il videotrailer di questo numero.

Tra tanta roba “da siùri”, come direbbe Max Bunker, trovate anche l’umile rubrica del sottoscritto “La vignetta perfetta”, dedicata a quei singoli frammenti di pagina disegnata che restano nel cuore, per un motivo o per un altro.

Questa volta – anche per celebrare il sessantesimo anniversario degli “X-Men” -, mi soffermo su una vignetta che tutti coloro che  hanno letto fumetti Marvel ricordano con una certa emozione.

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“L’importante è finire” cantava Mina ed è una verità con cui qualunque narratore, quale che sia il linguaggio (cinema, fumetto, letteratura…), è chiamato a confrontarsi. Come finire una storia?  E come finire una storia che non può mai finire “per  davvero”, come accade nei fumetti seriali, i cui eroi vivono una replica infinita d’avventure?

Il resto su Comx Dome n°3, downloadabile agratis.