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10 anni in 6 minuti

“Ci sono voluti 7 mesi per arrivare su Marte, ci sono voluti 10 anni di lavoro e tutto accadrà in 6 minuti…”

Quasi un anno fa quando lo intervistammo uno dei miei colleghi che ha progettato la missione usò più o meno queste parole per descrivere ExoMars.

Ormai ci siamo. Fra poche ore, arriveranno i fatidici minuti della fase “Entry, Descent and Landing” e sapremo se, per la 1° volta nella Storia, una sonda europea toccherà il suolo del “Pianeta Rosso”

Non posso fare a meno di pensare che dietro questa grande sfida spaziale c’è il lavoro decennale di tante persone che conosco, che so quanta passione ci hanno messo, ci mettono ogni giorno. E, curioso a dirsi, i 10 anni della missione corrispondono ai miei 10 anni in quest’azienda, modesto scriba chiamato a raccontare il lavoro di chi progetta e realizza macchine tanto meravigliose, di chi affronta sfide così incredibili.

Qualche giorno fa, quando il Presidente del Consiglio è venuto a trovarci ha detto di sentirsi orgoglioso di quanto visto nei nostri laboratori. Era stato con noi circa un’ora e si era sentito così. E noi che in quest’azienda ci trascorriamo giorni, mesi, anni, come facciamo a non sentirci almeno un poco orgogliosi in queste ore?

Aspettando quei 6  minuti che sono decisivi certo, fondamentali per la Storia. Ma intanto ci sono le storie fondamentali per noi di questi 10 anni di lavoro, 10 anni spesi per arrivare su Marte. Dieci anni per sentirsi orgogliosi di esserci lassù.

Governo al cioccolato, dolce e un pò salato

"Gelato Italia" Mauro Biani - Il Manifesto

E’ trascorso qualche giorno e, ormai, per i tempi dell’informazione e della politichetta è roba già vecchia.

Qui il riassunto, via storify, per chi si fosse perso qualche puntata, tra copertina dell’Economist, show in risposta del Presidente del Consiglio – con tanto di sponsor – e ironie varie sui social media.

A botta calda (e a gelato freddo), ho cercato di mordermi lingua e tastiera: in fondo i problemi sono altri.

Sì, appunto, i problemi sono altri. Ma, a pensarci bene, se il “il primo cittadino” del paese trova il tempo di sperperare una conferenza stampa nel cortile di Palazzo Chigi, per rispondere ad una vignetta caricaturale, forse i problemi sono anche nostri.

Ed a me resta il dubbio che la forma – a volte – sia sostanza. Che la civiltà di un paese non la misurano solo i punti del PIL o gli indici di Borsa,  ma nemmeno i numeri dello “Scer” in prima serata televisiva, i “laik” su Feisbuc o la quantità di “follouérs”.

Per anni ci siamo indignati – e a volte vergognati – di un premier che ci rappresentava nel mondo a barzellette e puttanate. Se ci fosse ancora lui a Palazzo Chigi, che cosa avremmo detto di una pantomima del genere? E cosa avremmo detto di un responsabile della Comunicazione del partito del premier che,  in risposta alle critiche, posta una roba così?

Nicodemo gelato

Vale la pena rifletterci, giusto per comprendere la qualità della storia politica che ci stanno raccontando da qualche tempo e che, sembra, dovremo sorbirci per almeno tre anni. Ah no, scusate, sono solo #1000giorni.

Pretendere la Luna

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45 anni fa, il primo uomo sulla Luna.
La Luna: un sogno a occhi aperti che, ogni sera, ci ricorda quanto siamo piccoli di fronte all’universo…
La Luna: sinonimo di traguardo superiore… Irraggiungibile.

cosa vuoi la Luna?

Vecchio adagio di chi ama ricordarci i nostri limiti.
Eppure, per fortuna, c’è anche chi ci ricorda – di tanto in tanto – che i sogni sono lì per essere realizzati.  Che la Luna, per quanto i professionisti della mediocrità sociale e civica di questo  Paese vogliano convincerci del contrario, possiamo volerla, addirittura pretenderla con il talento e la passione.
Vale per Neil Armstrong, primo uomo a toccare il suolo lunare. E vale per ciascuno di noi in fondo.

Ci pensavo ieri, rivedendo il corto della Pixar candidato all’Oscar nel 2012. L’ha scritto e diretto un italiano, Enrico Casarosa, emigrato allamerica a vent’anni (qui la storia) per fare uno di quei mestieri “impossibili” in un paese come il nostro.
E che parla, forse non a caso, di un viaggio sulla Luna.
il corto “La luna”

Quelli che aspettano Italia-Inghilterra

Il_secondo_tragico_Fantozzi_Italia-Inghilterra

Pelota.

Se non ne subite il fascino, saltate questo post.

Se invece siete appassionati, lo sapete che stasera faremo le due di notte.

Oh, Italia-Inghilterra, mica ciufoli.

C’è di mezzo la storia del calcio: le vittorie mitologiche a Uemblei per noi, l’incommensurabile spocchia di chi comunque ha inventato il gioco (i “bianchi maestri”) per loro.

Il resto lo dirà il campo come sempre e che siano gioie o amarezze alla fine, in questo momento prevale la gioia dell’aficionado. Quella sensazione di farfalle nello stomaco quando arrivano queste partite.

Roba che provano quelli che aspettano i Mondiali,  che è anche il titolo del mio primo post per il un blog collettivo (I mondiali come non li avete mai letti), con il quale seguiremo l’evento insieme ad altri amici di penna.

E per chi invece di fùtbol mastica poco, ricordo che ci sono anche due scene cult diversissime del nostro cinema, legate  a questo storico confronto.

L’attesa spasmodica del ragionier Ugo Fantozzi per il mitico confronto calcistico e l’amara passeggiata per Roma del del giudice Ugo Tognazzi  in In nome del popolo italiano, proprio mentre per le strade si festeggia una vittoria sulla perfida Albione.

Ci basterebbe un sorriso per un abbraccio di un’ora

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Ricordo poco di quel giorno di trent’anni fa, a parte la commozione di mio nonno davanti al televisore.

Berlinguer l’ho scoperto con il tempo:  la biografia, il percorso, le idee.

Anzi più il tempo passa, più la sua visione delle cose mi sembra importante.

So di far parte di una minoranza . Per i più è roba da libri di storia: un poco prima dei Dinosauri e poco dopo i Sumeri, non di tanto però.

C’è quest’ansia di nuovismo perpetuo che ha contagiato tutti, da destra a sinistra, dalla politica alla cultura.

Questo miraggio del “fare” – anche se si capisce mai il “cosa” – che divora qualsiasi necessità di riflessione. Come se la nostra convivenza civile potesse essere ridotta ad una memoria RAM da ripulire ogni 5 minuti.

Ma poi scorri i titoli di un quotidiano online in queste ore: dalla vicenda della Guardia di Finanza,  agli appalti dell’Expo di Milano, alle mazzette di Venezia, agli affari delle banche…  E ti rendi conto che la “questione morale”, che denunciava lui, brucia ancora sulla nostra pelle.

Guardi come viene gestito il paese, in qualsiasi campo, a qualsiasi livello,  sempre sul crinale dell’emergenza, sempre sul twitt del last minute… E capisci quanto avremmo bisogno, invece, di una classe dirigente che sapesse ragionare in termini di “pensieri lunghi”, come sosteneva lui.

Ascolti le parole dei capipopolo del momento, l’inflazione di egoismi sociali e vaffanculo senza costrutto che ci sommerge… E rimpiangi quell’uomo schivo che ponderava ogni espressione, che comunicava col silenzio.

Altro che preistoria. Altro che passato. Berlinguer, i suoi ideali, sono da qualche parte nel domani, in un tempo migliore per cui continuare a lottare.

Tanti italiani e tante italiane. Meno uno

fine monarchia_vignetta di_vadotNon me ne sono mai perso uno. A costo di registrarli e rivederli il giorno dopo, come per le partite importanti di campionato.

Ricordo quelli del Presidente Pertini con nostalgia.

Non avevo la minima idea di cosa stesse parlando, ma era bello starsene lì seduto accanto a mio nonno davanti alla tivvù, a guardare quell’altro nonnino che tifava la Nazionale e giocava a scopa.

E poi alla fine, si usciva sulla terrazza a sparare i “fuocherelli” e tutti erano felici. O almeno così mi sembrava da bambino.

Ricordo quelli del Presidente Cossiga con inquietudine.

All’inizio non ci capivo molto, ma anno dopo anno, le cose cominciavano a diventare più comprensibili, ambiguità incluse. E insieme alla comprensione crescevano i dubbi, l’ansia, la rabbia.

Ricordo quelli del Presidente Scalfaro con partecipazione.

Erano parole bacchettone ma appassionate. Sembravano uscite fuori da una pagina del Cuore di De Amicis eppure davano il senso di un cambiamento epocale, di qualcosa di cui tutti ci sentivamo parte.

Ricordo quelli del Presidente Ciampi con orgoglio.

Non erano belli: non si può dire che l’uomo abbia il dono dell’eloquio. Ma ci facevano sentire comunità. Da Edmondo De Amicis eravamo passati ad Italo Calvino e Norberto Bobbio. Veniva voglia di essere migliori, o almeno di provarci.

Ricordo quelli del 1° settennato del Presidente Napolitano, all’inizio con speranza, poi con delusione.

Ho la sensazione che, fra qualche anno, quando ci volteremo indietro, la sua sarà l’unica figura politica di questi anni degna di essere menzionata, nel bene  e nel “male”.

Aldilà delle sensazioni e delle opinioni, per me i discorsi di Fine d’anno del Presidente della Repubblica sono sempre stati storie significative, a metà tra strada tra il fatto di folklore natalizio e il valore civico.

Quel “cari italiani e care italiane” è il “Panettone”, laico e civile, che ogni cittadino dovrebbe consumare come storia di fine Anno.

Tutto questo prima dell’altra sera, quando ho dimenticato di accendere il televisore.

Sul serio, non ci ho fatto proprio caso.

Forse stavo giocando con cucciolo e Buzz Lightyear, o forse stavo discutendo dell’ultimo fumetto di Zerocalcare con l’amico con cui eravamo a cena.

Lascio a voi, se ne avete voglia, la psicanalisi di questa rimozione. Stanchezza fisica? Stanchezza mentale? Una botta di qualunquismo a 5 stelle per l’anno in cui festeggerò le quaranta primavere?

So che sono passati tre giorni e nulla sembra mancare all’appello: convinzioni, dubbi, amarezze e incazzature.

So solo, cari italiani e care italiane, che l’altra sera non ero con tanti di voi ad ascoltare  la storia natalizia di Re Giorgio.

Non mi è mancato lui e non mi siete mancati voi. Sorry.

Staino_Il_discorso di_fine anno

I casellanti della notizia

Clark Reading the Daily PlanetAppena tornato in ufficio, ho dovuto per forza di cose smettere, ma per quasi venti giorni ha funzionato.
Niente giornali (nemmeno online), niente tg in tv o alla radio.
E sono stato bene, benissimo.

All’inizio mi sono detto che era per via della classica sindrome del pasticciere, per cui a forza di lavorare al forno della comunicazione, arriva il momento in cui anche solo l’odore dello zucchero ti provoca rabbiosi conati di vomito. E la disintossicazione mediatica diventa  necessaria, anzi salutare.

La realtà è che se uno spende tempo a leggere un giornale, nel 2013, non è certo per le notizie.

In quei venti giorni, mi è bastato spillucare i flussi di twitter o degli altri social cosi, per evitare l’effetto Robinson Crusoe. Che poi manco serve essere tanto “connect”. Persino il supermarket del paesino, adesso come adesso, ha gli schermi dove oltre alle offerte del giorno scorrono i lanci dell’Ansa.

Se i giornali e i tg hanno ancora un senso oggi, o dovrebbero avercelo, sta nel dare al pubblico quello che nella prosa telegrammatica di  un tweet o di un sms non potrà mai starci. Lo spazio dell’analisi, il tempo della riflessione, l’acume della sintesi.
Ovvero il mestiere del giornalista.

E manco pretenderei Montanelli o Woodward. Mi basterebbe uno straccio di narrazione documentata e meditata, che non si risolvesse nell’ennesimo virgolettato di padre incerto e madre titolista; nell’intervista dice/non dice/tanto poi al massimo smentisce/; nel patetico melò svenduto per dovere di cronaca, nell’inchiesta a comanda con sputtanamento a destra o sinistra come fosse antani; nella supercazzola editoriale.

Senza offendere nessuno, perché di cronisti bravi ce ne sono ed ho pure qualche amico vero che fa questo mestiere con passione e impegno. Ma questo è la fotografia in campo lungo.

Per dirla tutta, penso che a inquinare il fiume delle notizie, abbiano contribuito non poco anche i “portatori d’acqua” come me degli uffici stampa e comunicazione, gli irrigatori delle fonti editoriali e di quei tanti rivoli in cui il flusso di produzione delle news è straripato nel tempo.

Sta di fatto che ormai sulle acque della notiziabilità affiorano ogni giorno tanti di quei rifiuti maleodoranti che è difficile distinguere il necessario dall’accessorio, il reale dalla patacca, il fatto vivo dalla carcassa putrida. E chi chi passa le giornate a remare lungo quel fiume, sembra aver perso qualsiasi abilità nel governare la corrente.

Si sta nelle redazioni come i casellanti al casello, smistando resti e distribuendo ricevute senza nemmeno troppa convinzione. Come se si sapesse che, presto, sulle autostrade dell’informazione non ci sarà nemmeno più bisogno di rallentare per pagare il pedaggio. Che ognuno vi sfreccerà sopra sempre più veloce, fino a perdere i contorni del paesaggio, come se il paesaggio non contasse. Come se la storia non avesse bisogno di essere raccontata.

Con tutto il rispetto e l’amore per la tecnologia, si tratta di miraggi digitali. Forse possiamo mandare a casa questi casellanti svogliati, ma qualche parte – consapevoli o no – il pedaggio continueremo a pagarlo.