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Per me conta ancora Dino

In questi giorni, sto seguendo i “Mondiali di calcio under 20” e ci sono due cose che mi impressionano.

In positivo mi colpisce l’alta qualità dei giocatori in campo, di ogni longitudine e latitudine, in alcuni casi giovanissimi… All’opposto, mi deprime vedere quanto molti di questi ragazzi scimmiottino, in modo spaventoso, i malvezzi più deprecabili dei campioni attuali. Pose da bullo dopo i goal, gesti irrisori nei confronti dell’avversario, saluti smargiassi alla telecamera…

Come se fossero già i campioni che non sono. Come se nessuno gli avesse spiegato che Ibra o Diego – tanto per fare il nome di due geni sregolati e assoluti – potevano permettersi di fare quello che facevano, solo perché prima, durante e dopo (di)mostravano per 90 minuti il loro immenso valore, con il pallone tra i piedi.

Questi ragazzi invece, anche quando promettenti, sembrano più innamorati della loro immagine che del loro talento. E magari hanno ragione loro… Nell’epoca dei selfie e dei Selfini al governo, vale più la percezione dell’istante che il lavoro di una vita.

Forse sono io che sto solo invecchiando. Che vi devo dire? D’altronde a farmi innamorare del calcio, quand’ero bambino, è stato un campione tutto diverso.

Si chiamava e si chiama Dino Zoff

Da giocatore parlava con le sue parate e, soprattutto, con i suoi silenzi. Mai un gesto fuori posto, mai una polemica inutile.

Persino quando ha smesso da calciatore ed è diventato allenatore. Persino quando , nonostante i buoni risultati, la Juve l’ha allontanato per inseguire il miraggio di un tecnico “Simil-Sacchi”, zonaiolo  a la page, come Gigi Maifredi. Persino quando, da CT della Nazionale, gli hanno buttato la croce addosso per un campionato europeo perso soltanto ai supplementari di una finale sfortunata. 

Qualche anno fa ha pubblicato una bella autobiografia (scritta con la collaborazione di Marco Mensurati), dove traccia con la solita civiltà il suo percorso sportivo e di vita: 

“Sono un operaio specializzato che, con passione e serietà, tutti i giorni della propria vita ha timbrato il cartellino. Undici campionati giocati di fila, mai un raffreddore, mai un infortunio. Anni e anni in panchina ad assumermi responsabilità e a metabolizzare insulti. Sempre al mio posto, a qualunque condizione. Se davvero sono stato un monumento, come qualcuno ancora dice, sono stato un monumento ai lavoratori. Questa è stata la mia minuscola grandezza, la mia vita, la mia dignità”

 Ecco, magari ormai appartengo a una sparuta minoranza tra gli aficionados de la pelota. ma per me questa resta l’immagine autentica di un campione.  

 

 

Solo per una partita

In questi giorni qualche amico – sapendo della mia passione bianconera, in vista della finale di Cardiff, mi ricorda a mò di sfottò le tante finali perse dalla Juventus. E va bene così, ci sto.

Ma vi devo dire la verità?  Tra le tante finali perse, l’unico rimpianto che ho è per quella vinta con dolore esattamente 32 anni fa.

Quel dolore che non passa mai e che meriterebbe magari qualche pensiero in più anche da chi ha una “fede” calcistica diversa dalla nostra.

Perché quei 39 dello stadio Heysel prima che essere juventini, erano semplicemente appassionati di calcio. Partiti al mondo come tifosi e mai più tornati. Solo per una partita.

Il bicchiere mezzo (bianco)nero

Stasera la mia adorata Juve ha perso l’imbattibilità dopo 49 risultati utili consecutivi.

Un piccolo record negli annuari pallonari. Ha scelto il posto peggiore per farlo: il nostro magnifico Juventus Stadium, dove ancora non avevamo conosciuto l’onta della sconfitta.

Ed ha scelto l’avversario peggiore per farlo: l’Inter. Gli avversari storici. Gli avversari più antipatici. Che è come, per capirci, vedere Tex Willer perdere con Mephisto. Paperone con Rockerduck. Il congiuntivo con Aldo Biscardi.

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Che poi sarebbe bastata quella sigletta

Quel canto, mezzo gregoriano e mezzo pallonaro, per sentirci di nuovo a casa.

E, invece dopo la sigletta, ci si è messo di mezzo un partitone.

Uno di quei match che risvegliano l’aficionado de la pelota che hai nel corazon, anche se a certe cose non credi più.  Anche se, campionato dopo campionato, scandalo dopo scandalo, zolla dopo zolla, quel senso di gioia infantile che il “mercoledì di coppa” ti regalava un tempo si sta affievolendo.

Inutile nasconderselo, la magia fatica a sopravvivere, ma per fortuna i bravi prestigiatori come Quagliarella continuano ad  alimentare l’illusionismo.

La fuga dei Verratti

Oggi inizia il campionato di calcio. E inizia senza gli ultimi (o quasi) campionissimi che fino a ieri vi giocavano: Ibrahimovic, Thiago Silva, Lavezzi. Uno sceicco ha fatto

 Ce l’ho , ce l’ho…mi ma manca, mi manca

 E se li è comprati tutti per il suo club parigino. Il demone della crisi economica ha sputtanato ormai da tempo anche l’italico Dio Pallone. Buffo: a farne le spese in primis è proprio il club dell’ex premier, quello che la crisi non riusciva a vederla, nemmeno quando ce l’aveva sotto gli occhi perché  tanto

i ristoranti sono sempre pieni.

 Chissà forse lo sono ancora, di certo si sono svuotati gli spogliatoi delle squadre di calcio del bel(sì,sì,certo)paese. Una volta  erano i nostri cummenda con le fabbrichete  a fare incetta di campioni all’estero, ora  siamo diventati noi l’outlet   di riferimento per i petrol-dollari di  miliardari arabi e russi.  

Partono i fuoriclasse di oggi e anche quelli di domani. Lo sceicco di cui sopra ha pensato bene di portare a Parigi anche il giovane Marco Verratti, affermatosi nel Pescara la scorsa stagione. Anni venti, piedi buoni, grande visione di gioco,  (dicono) il nuovo Pirlo. Lo volevano la Juve, l’Inter, la Roma, ma nessuno era disposto a pagarlo quelle cifre principesche.

 La sua vicenda, per quanto infiorettata da paccate di euro, mi sembra parente ricca di quelle sempre più comuni di tanti giovani italiani che, nella ricerca, nella cultura, nelle professioni, scelgono di diventare emigranti due punto zero con il tablet di cartone per inseguire una speranza di vita decente, lontano da questo logorato stivale.

Nel calcio, come diceva il grande Osvaldo Soriano, si pensa coi piedi e quella di Verratti, per quanto suoni paradossale, è l’ennesima storia di “cervelli in fuga” raccontata da un paese, sempre più povero di opportunità oltre che di sghei. Bon courage monsieur Verratti, anzi Verrattì.

E poi ti racconterò di lui

Sai, cucciolo, quando sarai più grande è possibile che ti chieda perché il papà ogni tanto, guardando la tivvù o ascoltando la radio, strabuzzi gli occhi,  cacci urlacci  di dolore o sfoggi sorrisi da miracolato.

Spiegarti cosa vuol dire tifare sarebbe complicato.

FEVER PITCH, Colin firth, 1997, © Phaedra Cinema

Preferirei che tu lo scoprissi da solo, come è accaduto a me  tanti anni fa, quando scelsi una squadra con la maglia a righe bianche e nere che giocava allostadioComunalediTorino.

All’epoca allostadioComunalediTorino era per  me un posto mitico, imprecisato nel cosmo, come la Stella di Vega.

Vivevo in una famiglia di atei del Dio Pallone. Fui folgorato da una parata di Dino Zoff e scelsi, semplicemente, la squadra per cui giocava il portierone della Nazionale.

Turin (Italy), Combi Groung, circa January 1973. Italian goalkeeper Dino Zoff in training with Juventus F.C.

Non so se avrai la stessa libertà. Non so se resisterò ancora per molto alla tentazione di regalarti  una magliettina bianconera numerodieci a misura di lillipuziano.

Numerodieci perché con quella maglia ho visto giocare tanti grandi campioni: Boniperti, Platini, Baggio e un ragazzo che entrò in campo, un giorno, diciannove anni fa.

Aveva la mia stessa età. E già questo mi suonava strano. Ero abituato a guardare i calciatori con il nasù all’insu, con la sensazione di veder volare Superman.

L’effetto Superboy  non era contemplato. Superboy è uno come te e, quando lo incontri, non puoi più far finta che il calcio sia un’altra dimensione. L’ho già scritto, quel ragazzo che ero io, che erano tanti come me, è diventato negli anni:

la nostra ombra di Peter Pan appesa sul prato verde

O come oggi ha scritto Giuseppe Civati

è durato una generazione intera. Che è la nostra. E non è questione di calcio. O, almeno, non solo di quello.

Ma per capire il senso di tutto questo, maglietta o non maglietta, non basterà quello che dirò o farò io. Dovrai scoprirlo da solo, perché  le passioni assolute nascono così.

E se rimarrai fedele all’ossimoro calcistico di quelle bande bianche e nere, sarà perché te ne sei innamorato a forza di numeridieci, come accaduto al tuo papà.

Forse quel giorno, avrai voglia di conoscere altre storie della Vecchia Signora. Forse mi chiederai di raccontarti chi è il campione che mi ha più emozionato.

Allora io farò un respiro profondo. Penserò a Platini, Baggio,  Zidane,  Scirea,  Trezeguet e poi ti racconterò di lui.

Alessandro Del Piero.

Crederci ancora

Qui bisogna lottare sempre e quando sembra che tutto sia perduto crederci ancora, la Juve non si arrende mai.

Omar Sivori

Il tifoso Hyde ha taciuto per mesi qui sul blog, nonostante ci sarebbe anche uno spazio apposito per i suoi svirgolati sfoghi.

Lo sportivo Jeckyll  l’ha tenuto a bada, confinandolo nelle discussioni con i colleghi alla macchinetta del caffé, nelle urla sul divano durante le partite alla tivvù, negli accaniti dibattiti tecnico/tattici via “scaip” con il Gaucho dall’altra parte del mondo…

Ovviamente non era per spirito decoubertiano, ma per semplice scaramanzia.

Questa mattina il tifoso Hyde e lo sportivo Jekyll si sono recati di mattina presto all’edicola più vicina e, insieme, hanno fatto incetta di quotidiani sportivi. Come facevano da bambini per ogni Scudetto.

Il primo come l’ultimo: in fondo ha ragione Civati dipende come uno li conta.

Perché Hyde e Jeckyll tengono per la Juve, comunque vada.

Chi va piano

Se una squadra di calcio riesce a rimanere in cima alla classifica, dopo aver infilato l’ennesimo pareggio di fila, è la conferma della mediocrità del campionato non dei meriti della squadra.

Che, poi, noi juventini ci fossimo abituati così male negli ultimi anni, che perfino questa squadra grintosa ci sembra oggi una roba di lusso, beh questo anche è un dato di fatto.

Ammesso che la Domenica non porti novità, si sta sulle classifiche come sugli alberi le foglie, respirando il profumo dell’ottimismo, anche se  la vecia siura  ormai è come la tartaruga del poeta Bruno Lauzi.

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