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Supertelebloggone (loffo) 2013

supertelebloggone copiaFine 2013, tempo di bilanci anche per questo piccolo blog.

Quest’anno c’è stata una grande moria di post.

Sintetizzerei in omaggio ai grandi Totò e Peppino: la sostanza è che è stato l’anno peggiore da quando ho iniziato a scrivere nel 2009, per quantità (e forse anche per qualità) del tempo dedicato a “sonostorie”.

I propositi periodici di rilancio ci sono stati ma, ogni volta, la vita è venuta a bussare sullo schermo del laptop per ricordarmi a chi dare la precedenza che si trattasse di gioie, doveri e, purtroppo, Dolore.

Vedremo nel 2014 cosa accadrà. Intanto ci si saluta così, con la tradizionale, vanagloriosa e superflua classifica ragionata dei 10 post più cliccati/”laikati”/”tuittati” e “socialcosati” di quest’annata loffa.

Buon’anno a chi passa da queste parti.

Le “mejo” storie 2013

New-Years-Baby-1937-Saturday-Evening-Post-J.C.-Leyendecker1)  Io sono qui Una modesta riflessione fatta a Luglio, tra cose della vita e aspirazioni politiche. Con il senno di poi, mi sento di dire comunque grazie a Pippo Civati e non solo per aver rilanciato questo post.

2) Fuori posto – Una splendida foto di Nina Leen per ragionare sulla tecnica narrativa del “pesce fuor d’acqua”.

3) Flettere i muscoli e poi inchinarsi al ratto – Di topi e mea culpa, perché Ortolani è grande e Ratman è il suo profeta.

4) Vieni avanti declino – Sui dot-cav-comm-prof-granmaestr… e sui  “lei non sa chi sono io…”  quando bisognerebbe rispondere “…No, non lo so e forse nemmeno tu…”

5) Paperino e il senso del lavoro – Il post del 1 maggio tra fumetto disneyano e dignità del lavoro, grazie a  quel grande studioso che è stato Omar Calabrese.

6) La mozzarella di bufala e la Stazione Spaziale – Per ricordarsi che non siamo solo spaghetti, mandolino e Armani.

7) Sense of wonder – Ovvero ciò che ci portiamo dietro da ogni esperienza autentica.

8) Lasciate ogni candeggina, o voi che entrateLa pubblicità regresso della vecchina emblema dell’immobilismo italiota

9) Nulla di semplice(come da sottotitolo del post…) di fumetti, letteratura e dintorni: perché anche gli chef  più scafati, a volte, sbagliano le dosi nelle ricette.

10) Storia della Mela Adolfa – Una illustrazione del bravissimo Emiliano Ponzi diventa l’occasione per riflettere su grafica, storie doppie  e dintorni.

Lucca on my mind

charlie brown reading comicsIl teenager è stravaccato sul letto a leggere “Capitan America”. In sottofondo ascolta il rombo del motore di un’astronave nella versione del fratellino, Mini-Gaucho, alle prese con piani di invasioni spaziali via Lego. Il padre bussa e poi fa capolino dalla porta.

Papà premuroso: “Che fai?”
Il Teenager stronzo, alzando sopra alla testa, la copertina del fumetto: “….”
Papà con un sorriso: “Ah sì, vedo: leggi Superman…”
Teenager stronzo, inarcando il sopracciglio, con aria schifata: “Capitan America, veramente…”
“Capitan America ha lo scudo…. Superman il mantello!” E’ l’effetto eco del minigaucho rompino.
Papà, leggermente imbarazzato: “Ah beh, sì… Senti… pensavo…, Questo weekend c’è il Ponte… Che ne diresti di un viaggetto insieme, tu, io e minigaucho?”
Il Teenager stronzo con sguardo preoccupato – un misto di ribrezzo e paura – che corre dal padre premuroso al fratellino  rompino: “Tre giorni insieme noi soli? Perché? Dove?”

A quel punto, il padre estrae dalla tasca un pezzetto stropicciato di giornale: “…Beh avevo letto che a Lucca, questo weekend c’è la Fiera del fumetto… Pensavo che ti sarebbe piaciuto andarci…”

Raccontarvi la faccia del teenager stronzo a quelle parole è quasi impossibile. Quello che posso dirvi con certezza è che ci sarebbero state molte altre “Lucca” dopo quella e tanti altri Festival del fumetto. Ma quella edizione  e quel “viaggio con papà”, il teenager stronzo se le sarebbe ricordate per sempre.

Anche oggi, che l’ex teenager sta per raggiungere le quaranta primavere. Che parte della stronzaggine se ne è andata con i brufoli e, ahimé, con la capigliatura fluente di allora. Che non divide più il tetto con il minigaucho frignante, ora pubblicitario rampante in Sud America. Che la sera, quando rientra a casa, trova un cucciolo – sosia di  Charlie Brown – ad aspettarlo.

Anche oggi, ogni volta che arrivano i giorni di Lucca Comics, quello che era un teenager stronzo pensa con nostalgia a quel viaggio e alla lezione d’affetto che suo padre gli regalò. Ci pensa e si commuove.

Le parole speciali

Ciao, Margherita, buon compleanno.
E così oggi fanno quattro, dolce nipotina.
Quattro anni che, per coincidenza pigio i tasti sulla stessa tastiera per scrivere post. Perché tu e questo blog avete fatto “Uéh” lo stesso giorno ed uno dei buoni motivi, per cui mi ostino a scriverci ancora, è che mi ricorda momenti così belli e intensi.

E, allora oltre a un bel giocattolo e a un bel libro di fiabe, zeppo di figure come piacciono a noi, Margie, permettimi di farti un regalo particolare, un segreto che condivido solo con le persone davvero uniche come te.
Il mio segreto si chiama “Parole speciali”.

Quali sono queste parole? All’apparenza sembrano parole come tutte le altre che usiamo ogni giorno ed invece – nel momento in cui le ascolti – scopri che hanno un potere magico. 
Che scaldano più del fuoco. Che non si bagnano  sotto la pioggia. Che illuminano il buio come il lampo nella notte. Che ti indicano la strada meglio dei navigatori. Che ti sfamano quando hai fame. E dissetano quando hai sete. Che ti consolano nei giorni brutti e che ti fanno sorridere nei giorni belli. Che resistono al tempo che passa. Che non invecchiano mai.

Dove sono? A questo è difficile rispondere. Con il tempo scoprirai che, a volte, non sono sufficienti tutti i vocabolari e i libri per trovarle. E, anche se è importante studiare molto per capire le parole, sappi che nemmeno quello basta. Anzi, diffida sempre di chi si riempie la bocca di paroloni come se appartenessero solo a lui.

Le parole speciali sono di tutti e di nessuno. Le ho trovate in bocca a chi a malapena ne conosceva quattro nella nostra lingua. Le ho ascoltate da bimbi piccoli come te che le tiravano fuori dal loro sorriso sdentato, come se fosse la cosa più normale del mondo. Le ho sentite evocare  a voce piena dai poeti. Le ho ascoltate cantate dolcemente, una, sera, da tua zia, mentre portava il cucciolo a nanna.

No, non so dirti, cara Margie, quando ti capiterà di incontrarle. E non so nemmeno dirti, come farai a riconoscerle. Ma sono certo che sarà bello scoprirlo, perché la scoperta è parte della magia.
Quello che so è che le parole speciali ti migliorano la vita, come è accaduto a me quattro anni fa, quando ho ascoltato per la prima volta la parola: “Margherita”.

Tanti auguri piccola.

Sense of Wonder

Bessie Pease Gutmann Illustrazione per Alice in Wonderland 1907Ho visto il Sole baciare le rocce della Monument Valley in un tramonto alla John Ford.

Mi sono bagnato nel cielo d’Irlanda, quando pioveva col sole e si rideva con la pioggia. 

Ho ascoltato il ruggito delle cascate di Iguazù al confine tra Brasile e Argentina, tra pappagalli in technicolor e scimmie dispettose.

Ho annusato il profumo primitivo dei geyser e ho guardato negli occhi gli elfi,  lassù tra le distese silenziose d’Islanda.

E mi sono lasciato rapire al  canto dei muezzin in una Istanbul irreale, coperta di neve…

Non mi posso definire un “V”iaggiatore in senso assoluto, ma cose meravigliose ce ne sono tante nel  mondo e,  a volte, ho  avuto l’opportunità e la fortuna di inciamparci sopra.

Eppure,  se ripenso allo stupore provato dal cucciolo ieri, la prima volta nella sua vita che  ha visto da vicino il mare… Ecco è  difficile descrivere quel senso di meraviglia assoluta.

E,  mentre accarezzava delicatamente l’acqua salata come se avesse paura di sciupare l’incanto,  mentre sorrideva incredulo e un poco spaventato di fronte al l’immensità di quella distesa in-finita, ho pensato che è tutto lì. In quel senso di meraviglia.

Quella sensazione che si prova autenticamente solo una volta nell’esistenza, quando incontri la vastità del creato e ti senti parte di qualcosa di unico.

Romanzi,  film,  canzoni… Storie. Sono il nostro modo finito, e imperfetto, per rendere conto di quell’emozione. Che si tratti di storie di mezzi uomini e giganti o del primo amore fra una ragazza e un ragazzo, cambia poco.

Al fondo, il “sense of wonder” è ciò che ci portiamo dietro da ogni esperienza. E, forse -, dico forse con l’umiltà speranzosa di chi vorrebbe provarci –  sta in questa capacità di continuare a “meravigliarsi” la possibilità di vivere bene.

Come in uno specchio

miroir TintinDopo diciotto mesi, mi sono abituato alla tiritera affettuosa di amici e parenti:

il cucciolo ti somiglia tanto…

o all’opposto

…non ti offendere ma il cucciolo è tutto sua madre!

In entrambi i casi, di solito rispondo gigioneggiando:

Sì, l’idraulico ha fatto un ottimo lavoro.

La gara con la mamma, a chi ha trasmesso più tratti fisiognomici al pargolo, non mi appassiona. Anzi, se devo dirla tutta, gli auguro di assomigliare il più possibile a lei , perché ci guadagnerebbe. Sì certo, quei ricci ribelli saranno anche un tratto di famiglia, le fossette nel sorriso  un brevetto paterno, ma in fondo cosa importa?

Per ora l’orgoglio di padre è assorbito dal semplice vederlo scorrazzare per casa, o fare qualcosa che fino al giorno prima non faceva, o parlare in quello strano, divertentissimo, idioma che ha adottato da qualche mese.

La realtà è che quando guardo il cucciolo, io vedo solo il cucciolo. E’ questa la meraviglia. E’ questo  l’unico orgoglio.

Anche se…

E’ capitato l’altra mattina, quando il piccolo gnomo ha aperto gli occhi per il buongiorno e mi ha convocato al suo lettino, con quella vocina ancora gracile ma che non ammette repliche.

L’ho preso in braccio. L’ho guardato e lui ha guardato me, con gli occhi ancora morbidi di sonno, eppure spalancati sulla vita, come solo quelli di un cucciolo di diciotto mesi sanno essere.

E in quel momento, mi è sembrato che il suo sguardo mi scrutasse dentro, come mai mi era accaduto prima. Come se il mondo non esistesse, come se il mondo fosse tutto lì, riflesso nei suoi occhi. Come se a guardarmi fosse un altro me stesso.

Come in uno specchio dell’anima.

La scatola delle storie

Rughe_particolare_copertina_Paco_rocaPeruzzi; Torricelli, Ferrara, Vierchwod, Pessotto, Sousa , Conte, Deschamps, Vialli, Del Piero, Ravanelli…  Lo sapevate che questa era  la formazione iniziale della Juventus che vinse la Champions League nel 1996, battendo ai rigori l’Ajax?  Giustamente no, non ve ne frega nulla.

E sapete che esiste un mondo parallelo a quello di Eternia, dove vive il leggendario He-Man – quello dei Masters of the Universe –  che si chiama Eteria e lì vive sua sorella gemella She-ra? No, in effetti si campa bene anche senza saperlo.

Potrei anche dirvi che presso gli Inuit, il popolo degli uomini, esistono solo due radici espressive per la parola neve, ma i diversi suffissi permettono di arricchire la loro lingua di tanti significati diversi : “neve che cade”, “cumulo di neve”, etc … Potrei dirvelo, ma ve ne fregherebbe qualcosa?

Il punto è che queste informazioni, oggi come oggi, sono superflue tanto nella mia vita quanto nella vostra. Eppure sono lì, da qualche parte nella mia testa, senza che possa disfarmene. E tutto questo, mentre, magari, fatico a tenere a mente  cose importanti, mentre robe come il calendario di Outlook  e  Remember the milk sono diventati per me indispensabili strumenti di sopravvivenza.

Magari la nostra mente fosse la soffitta descritta dallo Sherlock Holmes  di Conan Doyle ne lo studio in rosso  dove uno razionalmente decide cosa stipare e cosa no, dove si fanno le fatidiche pulizie Pasquali per riorganizzare periodicamente lo spazio a disposizione.

So che tutto questo, se lo chiediamo ai neurologi  o agli psicanalisti, trova perfette spiegazioni scientifiche:  di fondo, se qualcosa sopravvive un motivo comunque c’è.

Per quel che mi riguarda, da collezionista e “studioso” di storie, mi piace pensare che, se  un frammento di racconto ci resta appiccicato addosso,  è perché  quello che oggi ci sembra inutile, un tempo invece ci è sembrato importante.

Forse è accaduto solo  per un secondo, forse non ce ne siamo accorti nemmeno allora, mentre accadeva, ma sta di fatto che – per qualche motivo – quella narrazione ci ha toccato.  L’abbiamo conservata in una scatola  interna che non saprei dirvi bene dove si trova ma sono convinto che sia lì, da qualche parte tra cuore e cervello. Una scatola come quella dove i bambini conservano gelosamente le cose più preziose.

A riaprila da adulti,  a volte quella scatola si rivela piena di  bottoni smangiucchiati, pezzetti di vetro colorati, polverose carcasse di macchinine e altre amene assurdità. Eppure,  se guardate bene, in mezzo a quelle cianfrusaglie, troverete anche l’emozione del primo bacio, il suono di una musica struggente che ti scioglie dentro, il sapore dolce di un piatto che solo tua nonna preparava così.

In fin dei conti in quella scatola, piccola o grande che sia,  c’è molto di quello che chiamiamo vita.