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La matita non dimentica

Il problema è Maus.

Dopo Spiegelman, è difficile per qualsiasi narratore  – non solo del fumetto, forse – avvicinarsi al racconto della Shoah senza apparire retorico, eccessivo o semplicemente inadeguato.

Ma questo è un discorso puramente accademico che prescinde dall’immenso peso, per tutta l’umanità, di quanto accaduto con l’Olocausto.

Le remore espressive sono sovrastate dall’imperativo etico, oltre che dall’urgenza personale, di ricordare e di raccontare ancora quella storia.

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Con quale coraggio

Leggo e rileggo la frase:

un autore che con un solo libro è riuscito a cambiare il destino di un genere letterario, il fumetto, togliendolo dalle paludi delle cosiddette pratiche basse e innalzandolo alla dignità di letteratura

Mi dico: non è possibile. Non è possibile che si scriva su un quotidiano a diffusione nazionale una simile castroneria, senza che nessuno venga a chiedertene conto.

Non perché Art Spiegelman, con il suo Maus, non meriti di essere celebrato per il grandissimo autore che è (anche da queste parti, nel nostro piccolo, lo si è fatto, più di una volta).

Ma il fumetto, pur senza entrare nelle  dotte disquisizioni dei filologi del medium, ha almeno cento anni di storie alle spalle. Prima di Spiegelman,  mi vengono in mente almeno venti nomi di cartoonist che hanno fatto la storia dei comics, regalando ai loro lettori emozioni colossali, avventure incommensurabili, interi mondi da sognare.

Si può liquidare tutto questo come “pratiche basse”?  E quale commentatore potrebbe permettersi di essere così categorico se stessimo prendendo in esame la storia della letteratura o quella della pittura, invece che (banali) fumetti?

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