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Ai poster l’ardua sentenza

Ieri sera, ascoltando Matteo Renzi dire di come a 16 anni avesse staccato tristemente il poster di Baggio dalla parete della cameretta, il giorno in cui il Divin codino passò alla Juve, non ho potuto fare a meno di pensare a come è strano il mondo. Mentre lui staccava, io e il Gaucho appendevamo felici il nostro con la nuova maglia.

E’ il calcio, è il campanile ma non dovrebbe essere, per esempio, la politica. Almeno per un progressista che va alla ricerca di quella felicità bella se condivisa di cui cantava Gaber

E invece il giorno dopo il confronto televisivo delle Primarie PD, in giro leggo solo commenti da fan:

“Quello è stato più bravo… Quell’altro non sa comunicare… Quell’altro ancora è troppo vecchio…”

Come se alla fine stessimo parlando ancora di poster da appendere nelle camerette e non della ricerca di un leader autentico per il più grande partito del centrosinistra italiano.

Il confronto – a mio avviso – non è stato granché, ma alla fine mi chiedo: è un limite solo dei tre davanti alla telecamera, o anche nostro come Generazione, come Comunità, come Paese?

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Athos, Porthos e il PD

Molti di quei nomi li conosco fin da ragazzo.

Sono stati quasi sempre consiglieri comunali. Qualche volta regionali. Qualche volta presidenti di commissione. Qualche volta deputati. Qualche volta senatori.

Sono stati Radicali. Sono stati Verdi. Sono stati DS. Oggi sono (o si dicono) Democratici. Forse domani saranno nel Partito della Nazione.

Certo è che, con vari ruoli, hanno contribuito al governo della mia città per quasi vent’anni.

E’ accaduto anche con il mio voto. Sì, perché per tutto questo tempo, ho davvero pensato che questi politici locali che non comparivano negli show di “Porta a Porta” e nei dibattiti di “Ballarò”, rimanessero a occuparsi di Roma perché amavano questa sciagurata città come l’amano tanti di noi, con rabbia ma con passione.

Sì, lo ammetto, io sono di quei coglioni che quando qualcuno dice:

“Tanto sono tutti uguali”

…ancora si storce. Anzi, si storceva.

Rivendico, anzi rivendicavo l’ottusa, romantica, idea che, almeno quando si tratta del posto dove vivi, si possa aspirare a fare politica per passione.

Mi ripetevo: “sì d’accordo ci sono gli Scilipoti, ci sono i Razzi ma ci sono anche Athos e Porthos… ”

Vi giuro lo dicevo.

Prima che Athos, Porthos, Aramis e tanti altri consiglieri comunali del PD, si recassero da un notaio insieme ai consiglieri d’opposizione per far decadere la Giunta e l’Assemblea Capitolina, ma soprattutto per far decadere il sindaco Ignazio Marino.

“Spiegatemelo come a un bambino”

Ecco, se avessi davanti questi moschettieri democratici, è quello che gli chiederei.

Perché per me, oltre che tecnicamente, è politicamente legittimo che un partito politico possa togliere la fiducia a un sindaco, anche se è un suo esponente.

Anche se a sceglierlo sono state le persone con un mandato diretto e, nel caso di Ignazio Marino, con una doppia scelta: prima quella degli elettori del centrosinistra con le Primarie e poi quella di tutti i cittadini di Roma con le elezioni.

Ci sta, fa parte delle regole del gioco democratico.

Quello che risulta incomprensibile è perché, invece di farlo alla luce del Sole, alla fine di un pubblico dibattito nell’assemblea delegata con un voto, si debba farlo con una raccolta sparuta di firme, davanti a un notaio.

Come se si trattasse del passaggio di proprietà di un’auto usata, o di una cantina…Come se, di una cosa del genere, questi consiglieri eletti non dovessero rendere conto ai cittadini che li hanno eletti.

Come se “l’azzegarbugliata” tipicamente italica dell’atto notarile, facesse decadere insieme alle loro cariche anche i dubbi di questi mesi.

Come se fosse normale che una maggioranza politica, improvvisamente, trasformi il proprio sindaco in capro espiatorio di lustri di nefandezze politiche, sociali e perfino criminali.

Colpevole il sindaco che governa da due anni, ma innocenti loro che governano  la città da quasi vent’anni.

 Ma sapete cosa mi  nausea di più di questa storia?

Che, dal notaio, gli Athos, i Porthos e gli Aramis, ci siano andati con i Mazzarino e  i Richelieu: maggioranza e opposizione a braccetto, sinistra, centro e destra tutti insieme appassionatamente,

…Come nelle peggiori caricature della politica consociativa, disegnate dai qualunquisti padani o pentastelluti.

E così quella frase che, per tanto tempo ho odiato, che per tanto tempo da cittadino e elettore ho combattuto,  mentre scrivo  queste righe politicamente disperate, mi sembra l’unica conclusione razionale di qualsiasi ragionamento.

Sono… Anzi no.

Siete.

Siete tutti uguali.

Se potessi cominciare a dire noi

Ci pensavo l’altro giorno, guardando quei ragazzi con le mani imbrattate di vernice e di speranza, protestare davanti alla sede del Partito Democratico a Roma.

Tra loro e la porta un cordone di poliziotti in tenuta antisommossa.
Fuori dal PD per farsi ascoltare.

Fuori dal PD come insegnanti e precari in sciopero. Fuori dal PD come gli operai delle acciaierie che qualche mese fa si beccarono pure qualche manganellata. Fuori dal PD come tanti che fino a ieri il PD lo votavano pure e che ,  forse chissà hanno anche contribuito al mitico 40 % raccolto dai Democratici alle scorse Europee.E dentro al PD, chi resta?

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Ci basterebbe un sorriso per un abbraccio di un’ora

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Ricordo poco di quel giorno di trent’anni fa, a parte la commozione di mio nonno davanti al televisore.

Berlinguer l’ho scoperto con il tempo:  la biografia, il percorso, le idee.

Anzi più il tempo passa, più la sua visione delle cose mi sembra importante.

So di far parte di una minoranza . Per i più è roba da libri di storia: un poco prima dei Dinosauri e poco dopo i Sumeri, non di tanto però.

C’è quest’ansia di nuovismo perpetuo che ha contagiato tutti, da destra a sinistra, dalla politica alla cultura.

Questo miraggio del “fare” – anche se si capisce mai il “cosa” – che divora qualsiasi necessità di riflessione. Come se la nostra convivenza civile potesse essere ridotta ad una memoria RAM da ripulire ogni 5 minuti.

Ma poi scorri i titoli di un quotidiano online in queste ore: dalla vicenda della Guardia di Finanza,  agli appalti dell’Expo di Milano, alle mazzette di Venezia, agli affari delle banche…  E ti rendi conto che la “questione morale”, che denunciava lui, brucia ancora sulla nostra pelle.

Guardi come viene gestito il paese, in qualsiasi campo, a qualsiasi livello,  sempre sul crinale dell’emergenza, sempre sul twitt del last minute… E capisci quanto avremmo bisogno, invece, di una classe dirigente che sapesse ragionare in termini di “pensieri lunghi”, come sosteneva lui.

Ascolti le parole dei capipopolo del momento, l’inflazione di egoismi sociali e vaffanculo senza costrutto che ci sommerge… E rimpiangi quell’uomo schivo che ponderava ogni espressione, che comunicava col silenzio.

Altro che preistoria. Altro che passato. Berlinguer, i suoi ideali, sono da qualche parte nel domani, in un tempo migliore per cui continuare a lottare.

L’8 dicembre di Mario

obama cryVi ho parlato di Mario? Sì ve ne ho parlato (qui e poi qui e qui). E’ un vecchio compagno di strada di questo blog e anche un collega di lavoro.

Da circa dieci anni, in Italia e in Francia, Mario sopporta stoicamente i miei sproloqui sul PD e qualche volta li condivide pure. Mario, in particolare, adora Ivan Scalfarotto. Adora nel senso che se avesse quindici anni, nella sua cameretta probabilmente trovereste il poster di Ivan, accanto a quello dei Duran Duran (ebbene sì, anche Mario ha i suoi scheletri nell’armadio).

Su Renzi, la nostra opinione è stata opposta fin dall’inizio. Se io sono sempre stato diffidente (i motivi li spiegavo qui), al contrario Mario era entusiasta – come il suo idolo Scalfarotto – del “Fonzie della Curva Fiesole”.  Mario era, e penso sia ancora, conquistato dalle capacità comunicative e di leadership che io stesso, peraltro, non mi sento certo di negare a Renzi.

Che il Matteo nazionale sia un uomo in sintonia con il suo tempo ed abbia anche quell’indiscutibile istinto da “animale politico” che contraddistingue i leader veri, è fuor di dubbio.

Ma c’è anche il rovescio della medaglia, per chi vuole vederlo senza preconcetti. Vale a dire che, proprio per questa sua capacità di cogliere il “sentiment” come dicono quelli bravi, Renzi è anche uno portato a stupefacenti e repentini cambi di direzione.

Che c’è di male in questo, potrebbe dire qualcuno? Se il fine è arrivare a vincere le elezioni, cosa importa come ci arriviamo? Beh, io la vedo diversa e non, come pensa qualcuno, perché ostaggio di quel malcelato senso di superiorità sconfittista tipico di certa sinistra per cui “meglio perdere bene che scendere a compromessi”.

No, io al contrario penso che i compromessi servano, in senso riformista, ma la cosa importante è che non siano al ribasso. Mi riesce difficile pensare che si possa cambiare davvero un paese conciato male come questo, semplicemente all’insegna del “va dove ti porta il vento”.

Credo che una linea occorra tracciarla e, poi, ci vuole il coraggio e la forza di seguirla anche se qualcuno non è d’accordo, in termini di diritti delle persone, di eguaglianza sociale, di giustizia economica.
Ma vabbeh, questo non è un post su Renzi, che ha stra-vinto le Primarie e che ora guiderà legittimamente il PD come crede.
Non è nemmeno un post sul candidato su cui riponevo speranze e che (ovviamente, giudizio partigiano) ha fatto la campagna elettorale più bella e innovativa degli ultimi quindici anni, Giuseppe Civati. La nostra battaglia l’abbiamo fatta ed è solo l’inizio, come scrive Pippo sul suo blog.

Certo, anche se i risultati, a leggerli bene – vista la disparità di forze e mezzi in campo – sono comunque positivi, lunedì mattina non posso nascondere di essermi svegliato con una certa amarezza addosso. Forse sarebbe durata di più, se appena entrato in ufficio, non mi fossi trovato di fronte il buon Mario sorridente.

Per qualche momento, ho pensato che fosse lì a gongolare della sua vittoria nel “derby democratico”.  Ho fatto spallucce e gli ho detto:

“Beh, almeno è stato bello provarci…”

Lui ha annuito

“Già, peccato, ci sono pure uscito di casa co’ sto’ freddo per votare sto’ Civati…”

E così, ho scoperto che – alla fine – dopo tante discussioni – io e Mario ci eravamo ritrovati anche stavolta dalla stessa parte della barricata. Perché noi, purtroppo e per fortuna, abbiamo un cuore che batte dalla stessa parte. A sinistra.

Domani

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Allora, che dice Civati?

E’ la domanda che tutti mi fanno di più in queste settimane.  Come  se  fra  me e il candidato alla segreteria del PD ci fosse chissà che conoscenza approfondita. Per la verità, io “di persona personalmente” – come direbbe il Catarella di Camilleri – ho incontrato Civati una sola volta in  tutto questo tempo a una Festa democratica, in cui lo straordinario confronto tra noi è stato un “ciao”.

Ma sì, lo ammetto, negli ultimi mesi ho rotto parecchio le scatole su questa  storia delle Primarie democratiche agli amici sui socialcosi, a quelli che incontro nella vita di tutti i giorni,  a qualche collega nelle pause pranzo. Ho anche regalato l’ultimo libro del “Ciwati” nazionale  a destra e manca, come facevano certi giocatori brasiliani religiosi con le Bibbie prima delle partite….

Ora ci siamo.  Domani  si vota. E, allora, perdonatemi, se ancora per qualche ora continuerò a rompere.

A ripetere che che abbiamo l’occasione unica e rara di votare per un candidato che fa quello che dice. Che in questi mesi ha dimostrato, con i comportamenti,  una coerenza e un coraggio politico impressionante  a costo di inimicarsi i potenti di quel partito, che vuole rinnovare sul serio, non con slogan da Mulino Bianco anni Ottanta, buoni per tutte le stagioni.

L’unico nel PD che non ha grandi sponsor e “signori delle tessere” che lo sostengono, ma “solo” tante persone comuni, come gli piace dire:

nessuno dietro e molti davanti

Davanti, soprattutto, tanti ragazzi e ragazze di vent’anni. E’ questa la cosa impressionante, in-credibile per i tempi che viviamo e che sembrano distruggere ogni passione.

Pippo è riuscito a coinvolgerli perché ha mostrato a tutti, in termini di linguaggio e di idee, quanto questa battaglia appartenga più a loro che  non a persone come me e lui che abbiamo quarant’anni e che solo in un paese gerontocratico come questo possiamo ancora passare (inspiegabilmente) per “giovani”.

Invece, il presente e il futuro sono di questi uomini e donne che sono democratici per anagrafe, ancor prima che per statuto. Che non sono incattiviti come tanti di noi, fratelli maggiori, zii, padri  da vent’anni di delusioni progressiste. Loro che possono dirsi davvero essere “per” qualcosa, perché non sono abbarbicati all’essere “ex” qualcosa.

Loro, soprattutto,  che non si vergognano di usare con orgoglio, quella parola nuova e al tempo stesso antica, comunque bellissima che è “Sinistra”. Parola che è valore per quello che si porta dentro, anche se molti di noi hanno finito per dimenticarlo, contagiati dall’idiozia del berlusconismo.

Ecco, domani,  #civado a votare insieme a questi ragazzi. Per il loro futuro, per quello della cucciola di Civati e del mio cucciolo.

Lo so che, dopo tante batoste e amarezze – comprese quelle che ci sta dando il governo Lettalfano – , la tentazione di arrendersi al “Tanto è tutto inutile. Tanto sono tutti uguali.” c’è ed è forte. Ma se stavolta fosse davvero diverso?

Se stavolta avessimo trovato, non solo la persona “giusta”, ma la generazione giusta e il modo giusto per cambiare?

Perché non provarci?

(l’immagine arriva da qui).

 

 

Che poi basta aver letto Dylan Dog

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Il nome della Rosa o i romanzi di Fratello Cadfael per sapere che, conventi, monasteri e abbazie, sono i posti perfetti per un certo tipo di (sigh) eventi.

E tu, Presidente che sei pure un dylandoghiano di ferro, non mi trovi di meglio per il ritiro “spirituale” del governo che rinchiuderti in un eremo, per giunta mezzo infestato,  con Lupi e Alfano mannari?

Vabbeh, che dopo sto’ governissimo, altro che ectoplasmi, poltergeist e vampiri. E poi, sei pur sempre stato vicesegretario di questo PD, se non te intendi tu di zombie.

Che ti devo dire? Spranga bene la notte durante la notte , non si sa mai. Dovessi imbatterti davvero nel fantasma infelice della contessa oppure in Quagliariello in pigiama, con la proposta di riforma elettorale sotto braccio.  E non so quale delle due sia la vera scena horror.

Io, come vedi, ormai ti considero un eroe, alla Dylan, forse di più. Perché temo che il giorno che sarai costretto a gridare: “Angelino, la pistola!” è la volta buona che ti giri… E ti ritrovi solo.

A poor lonesome cowboy

Lucky Luke - Goscinny e MorrisAvete  presente quella scena, tipica dei vecchi Western, alla Mezzogiorno di Fuoco per intenderci, in cui il protagonista, isolato da tutti, decide di andare incontro al pericolo?

Nei racconti di Hollywood, di solito, la scelta audace al limite dell’autolesionismo paga comunque e il nostro eroe – come lo Shane de Il cavaliere della valle solitaria  o il Lucky Luke dei fumetti – alla fine sconfigge il prepotente di turno.

Nella vita reale, lo sappiamo, le cose vanno diversamente. La maggior parte di noi, se obbligata a scegliere tra ciò che sente giusto e ciò che invece  la comunità  approva (lavoro, amicizie, famiglia etc.), quasi sempre finisce per optare per la seconda possibilità.

Non credo che si possa risolvere tutto (e solo) in termini di “mancanza di coraggio”. Aldilà delle convenienze, aldilà degli egoismi, dovremmo riconoscere che c’è, profondo e legittimo, il bisogno intimo di sentirsi accettati dai nostri simili.

Forse per questo, quando c’imbattiamo nella scelta particolarmente coraggiosa di qualcuno, fuori dagli schemi, finiamo per viverla e valutarla sul crinale incerto tra ammirazione e incredulità, sul confine contraddittorio che separa i giganti dai mulini a vento, i torti dalle ragioni, l’idealità dalla concretezza.

Tutto questo per dire, senza alcuna volontà di convincere i miei venticinque lettori di alcunché, che ho vissuto con una certa positiva incredulità la battaglia condotta da Pippo Civati in sostanziale solitudine nel Partito Democratico, per dire no al “Governissimo”.

Lungi da me, l’idea di definirlo un eroe, in un contesto da operetta come quello della politica italiana. Trovo solo che inseguire un’idea diversa, dalla melassa informe del “volemose bene” attuale, altrettanto insensata della lotta tra “Don Camilli e Pepponi” propinataci nell’ultimo ventennio, non fosse facile e forse nemmeno conveniente per la sua carriera.

Civati ha deciso di farlo comunque  e mi sembra una bella storia in un panorama fin troppo deprimente.

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