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Salieri non abita qui

Fin da ragazzino, tutti mi dicevano che scrivevo bene. Ed era vero. Sapevo e so scrivere.

Ma quando ho iniziato a frequentare le scuole di scrittura prima, e poi per qualche tempo a scrivere “professionalmente”, ho avuto la conferma che non ero l’unico.

Ho conosciuto tanta gente che scriveva bene come me. Meglio di me.

Alcuni oggi sono dei nomi. Altri lo diventeranno, ne sono convinto. Altri ancora, forse non faranno fortuna – perché purtroppo nella vita, a volte, essere bravi non basta – ma resteranno scrittori e scrittrici migliori di me.

Ecco, forse, il lascito più grande di quell’esperienza, oltre a qualche soldo in diritto d’autore e qualche piccola vanesia soddisfazione, è aver imparato a riconoscere e rispettare il talento degli altri, nella scrittura come in tutti i campi della vita.

Riconoscere il talento degli altri, non vuol dire svilire il proprio, tanto o poco che sia. Significa vivere con serenità i propri limiti, senza farli diventare “mancanze fatali” che avvelenano la vita.

Altrimenti si diventa come certe tristi figure che capita in certe occasioni d’incontrare, talmente incattivite e invidiose, da non riuscire nemmeno a godersi le qualità che hanno, presi come sono dal denigrare quelle degli altri.

Sono storie, lo sono sempre state.

…Pensa agli uomini delle caverne, che uscivano al mattino per andare a cacciare e poi tornavano dalla tribù e mettevano la carne sul fuoco, disegnavano sulle pareti, raccontavano una storia. E tutti quelli che erano attorno al fuoco si sedevano e ascoltavano la storia di come i cacciatori avevano ucciso il mammuth.

Sono storie, lo sono sempre state, che vengano da un televisore o da un vecchio seduto davanti al fuoco, che siano seriali o autoconclusive, che le inventi William Shakespeare o Stephen King.

Qualcuno disegnava sulle pareti, qualcuno scrive romanzi, noi due ci raccontiamo le nostre vite. Sono storie, e le persone le amano. E non cambierà mai.

Lo scrittore Don Winslow in una intervista davvero interessante

Quattro lettere

The mobile storytelling theatre by AlexanderJanssonUn secolo fa ho scritto dei cartoni animati.

I venticinque lettori di questo blog  già lo sanno e, probabilmente,  tengono a questa informazione quanto il grande capo indiano Estiqaatsi.

Penso, però, di non aver mai detto da queste parti dell’emozione forte provata quando, per la prima volta, ho rivisto in tv una di quelle storie.

Una bella sensazione ma anche un certo senso di smarrimento – lo ammetto – come se dopo aver sudato le famigerate sette camice per realizzare scene e parole, dal momento che le vedi lì sullo schermo, concrete, tangibili, “reali”, paradossalmente senti che non ti appartengono più, semmai ti sono mai appartenute davvero.

Mi sono chiesto tante volte che cosa avrei provato nel vedere un bambino guardare uno di quei cartoni.

E’ accaduto l’altro giorno, tanti anni dopo. E il bambino non era un “bambino qualunque”. Era, anzi è, Cucciolo.

Purtroppo non ero lì affianco a lui, sul divano di casa, come ogni tanto capita di questi tempi, a guardare un film Disney. Ma mi dicono che sia avvenuto proprio così: su un canale satellitare passavano il cartone “di papà” e lui si è fermato a guardarlo.

Pare che l’incanto sia durato meno di due minuti, poi Cucciolo ha deciso che la storia non era granché ed ha preferito andarsene a giocare.

Se il campione di audience è attendibile, forse si capisce perché io – quindici anni dopo – non scriva più cartoni animati.

Fatto sta che in quei pochi minuti, è come se H.G.Wells mi avesse regalato un giro sulla sua mitica macchina del tempo, tra passato e presente, tra vissuti e mondi distanti anni luce che improvvisamente s’incontrano. E in mezzo c’è quello strano, incommensurabile, flusso di emozioni, desideri, rimpianti e scoperte che, chissà perché, abbiamo scelto di raccogliere in appena quattro lettere. Quella cosa incomprensibile che chiamiamo “Vita”.

La responsabilità dei cantastorie

Non so quanti abbiano letto la notizia a suo tempo. Personalmente, mi colpì mesi fa scoprire  che – a quanto riportato da illustri  quotidiani USA  – certi tizi in maschera e mantellina se andavano in giro nottetempo per le città americane, novelli Batman e Superman, a vigilare sull’incolumità dei loro concittadini.

Una storia surreale che, per paradosso, la vicenda del sedicente Joker stragista  riporta alla memoria.

Dal grottesco al tragico c’è un filo comune: nella testa di un idiota, un eroe e il suo antagonista non sono più personaggi di finzione ma modelli di vita per deliranti  fiabe esperienziali,  alimentate da chissà quali fantasmi privati.

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Ho visto cose che voi risorse umane…

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Ho visto cose che voi risorse umane non potete neanche immaginare. Ho visto le menti migliori della mia generazione distrutte dai reality show, dalle agenzie interinali e dai corsi di marketing.

Ho visto comici, calciatori e giornalisti televisivi pubblicare libri, e a volte persino scriverli,e ho visto migliaia di risorse umane acquistarli, e perfino leggerli. Ho visto commissari di polizia e magistrati scrivere romanzi polizieschi. Un poliziesco scritto da un poliziotto, praticamente un poliziesco al quadrato. Ma commissari di polizia e magistrati hanno tutto questo tempo libero, per scrivere romanzi polizieschi?

Un brano di Ettore Maggi tratto  Il gioco dell’inferno. Devo la citazione  a Michele Medda: mi ha messo una gran curiosità di leggere il resto.

Effetto Paperica

Da piccolino, quando “l’hannodettoallativvù” era ancora un valore per me, c’era un giornalista del   telegiornale di cui  non perdevo un solo servizio dedicato al fumetto e all’animazione.

Accadde un sabato  che gli sentii recensire Fuga dal mondo dei sogni di Ralph Bakshi in uscita in quei giorni sugli schermi italiani.

Il giornalista ne parlò benissimo e io, incantato, mi precipitai il pomeriggio stesso a vederlo, con i soldi della paghetta settimanale.

Diciamolo chiaro: la pellicola era/è una ciofeca mostruosa, nonostante l’avesse fabbricata un abile artigiano dell’animazione non disneyana. Ma quello che mi sorprese davvero, fu ritrovare  il giornalista del TG, seduto due file avanti a me nel cinema.

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Per il resto anche quest’anno

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà? Bello, brutto o metà e metà?

Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.

Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

Gianni Rodari, L’anno nuovo

La palla: dobbiamo seguire sempre la palla

Viveva per quello Peppe. Era giornalista. Un vero giornalista.

Con il carattere che aveva, la sua lealtà, il suo metodo – non a caso si era laureato in filosofia – era il migliore di tutti noi. Cronisti che viaggiavano nel profondo Sud per descrivere le facce sconce di coloro che se n’erano impossessati, denunciare i maneggi di quei politicanti amici dei boss.

Ma Peppe andava sempre oltre, scavava di più, “vedeva” sempre più lontano.

Arrivava su una strada per un omicidio eccellente o entrava in una stanza per intervistare qualcuno, con cura maniacale prendeva appunti, non perdeva mai tempo in cerimonie: “La palla: dobbiamo seguire sempre la palla”, mi diceva scherzando quando io o altri colleghi ci concedevamo una piccola distrazione.

Attilio Bolzoni, parlando del collega Giuseppe D’Avanzo