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Flettere i muscoli e poi inchinarsi al Ratto.

Tenevo corsi di Semiotica all’Istituto Europeo di Design da un paio d’anni, quando uno studente mi propose come testo d’analisi per la prova finale una tavola di Rat-Man.

Annuì e dissi: “d’accordo”. Anche se il mio giovane interlocutore colse da subito nel mio sguardo un ché di delusione. E c’era. Perché il ragazzo mi sembrava di quelli in gamba e io, all’epoca, devo essermi detto:

Ma come? Durante le lezioni parliamo di Umberto Eco, Caravaggio e Cartier-Bresson, certo anche Lorenzo Mattotti, e Frank Miller… Ma, insomma, Rat-Man, dai per cortesia.

A pensarci, è strano che uno cresciuto  considerando Frankestein Junior un capolavoro e rivendicando l’importanza culturale delle Parodie disneyane, poi storca la bocca di fronte all’antieroe di Leo Ortolani. Ma per me è stato così per molti anni.

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Fuori posto

Nova York_ 1958_Nina Leen_Time & Life PicturesGetty ImagesCosa ci fa ridere in una storia? Cosa desta l’attenzione del nostro occhio e ci muove al sorriso?

Non esiste una risposta sola, ma questa foto degli anni Cinquanta (un clic per ingrandire) di Nina Leen – grande fotoreporter del settimane Life – offre un buon esempio di come si possa costruire una storia ironica, mettendo qualcosa “fuori posto” nella rappresentazione.

A volte si tratta di un oggetto. A volte, come in questo caso, si tratta di un personaggio. Perché è evidente che, in questo microcosmo visivo, il piccolo signore anziano al termine della fila, sia una figura che saremmo portati a definire buffa.

La sua semplice presenza, al termine di una coda tutta femminile, ci appare incongrua. La sua statura ridotta rispetto a quella delle vicine svettanti “spicca”. Il suo vestiario impiegatizio stride con i tailleur eleganti delle signore. La sua aria assorta nella lettura si oppone agli sguardi inquieti delle astanti, concentrate sullo sportello. E qualunque sia l’oggetto dell’impazienza femminile, l’uomo con il cappello non sembra avvertirla, anzi gli fa da contrappunto con serafica tranquillità.

Tutto questo gioco visivo, si basa su due dinamiche che vanno di pari passo: differenza e somiglianza. Differenza tra l’uomo e le donne, ma anche somiglianza tra una figura femminile e l’altra. Ad esempio, ad un livello plastico, le figure femminili sono rappresentate da forme e colori tutti contigui, con rombi e quadrati delle testure che sembrano inseguirsi e intrecciarsi l’un l’altro, creando una fortissima continuità visiva. L’unico elemento dissonante è la macchia scura “umana” che insiste su una verticale propria, distante, separata, indipendente da tutto il resto.

Pensateci. L’uomo con il cappello, fotografato da solo, sarebbe assolutamente anonimo: non c’è nulla di ridicolo in lui come personaggio. E se ci fosse una sola signora accanto a lui nell’inquadratura, la differenza rimarrebbe nel canone della normalità. Le due figure sarebbero sullo stesso piano, la loro vicinanza non ci farebbe sorridere.

L’ironia della situazione rappresentata da Nina Leen deriva dalla possibilità di cogliere in una moltitudine omogenea, una figura- una sola – che rompe l’equilibrio per la sua diversità. E’ l’effetto narrativo del pesce fuor d’acqua che alimenta da millenni una quantità enorme di storie fotografiche, cinematografiche, pittoriche, teatrali…

In fondo, il meccanismo di identificazione della situazione è fortissimo. Chi di noi non si è mai trovato, in qualche frangente dell’esistenza, “fuori posto” in fondo a qualche fila?

E magari conservassimo sempre la serafica indifferenza dell’omino con il cappello al nostro destino. Quando la vita ci costringe al ruolo di pesci fuor d’acqua, a volte non resta che annaspare e sperare in qualche vasca da bagno dove tuffarsi al più presto.

Lasciate ogni candeggina, o voi che entrate

Abbiamo sempre sbagliato candeggio.

Sono oltre trent’anni che il paese vive con questa solenne certezza.

Ce lo spiegò una soave nonnina nelle campagne  Ace Gentile  degli anni Ottanta, passate  alla piccola storia degli spot televisivi.

Da allora, per quanto cercassimo di emanciparci e progredire, la nonnina è tornata periodicamente a ricordarci la nostra atavica condizione di peccatori del candeggio sbagliato.

Un’autentica Savonarola in gonnella  ma dal sorriso talmente bonario che non potevi non crederle. Era la “nonna di tutte le nonne”, quelle cui affidarti con fiducia per il bucato e per le  cose della vita.

Come per molti spot dell’epoca, l’universo inamidato delle storielle Ace era falso come una banconota da quattromila lire, ma eravamo a disposti a crederci perché quell’immagine edulcorata della realtà rispecchiava le nostre attese, in un contesto edonista – dalla politica ai media – in cui sembrava che il benessere fosse diventato un diritto.

Trent’anni dopo, Ace pubblicizza ancora la sua candeggina, anche se la vecchina è stata rimpiazzata da una signora più giovane. La semiologa Giovanna Cosenza fa notare che la nuova versione della storia è ancora più improbabile di quella tradizionale: il contrasto tra la serenità del mondo rappresentato e la complessità del mondo reale appare ancora più stridente.

Personalmente andrei oltre. La nuova serafica protagonista, più che la figlia o la nipote della vecchina anni Ottanta, sembra invece la stessa persona, sottoposta a un pacchiano e mostruoso lifting al botulino catodico.

Mentre in altri paesi il linguaggio pubblicitario si è evoluto, da noi continua a propinarci le stesse figure e le stesse storie di trent’anni fa (guardate ad esempio anche la recente campagna del Mulino Bianco con Antonio Banderas).

E’ la metafora di un paese immobile anche nei sogni, un paese inchiodato al suo passato al punto da non riuscire nemmeno quasi più a immaginarselo un futuro diverso.

Era un illuso chi pretendeva di smacchiare i giaguari, senza fare i conti  con tutto questo. Come fai a smacchiare il giaguaro, se ti ostini a sbagliare il candeggio?

Ace Gentile La nonnina

Heil Apple! (storia della Mela Adolfa)

Vi è mai capitato, al momento del risveglio, di aprire gli occhi, ancora sonnacchiosi, e trovarvi di fronte qualcosa di insolito, inspiegabile, inaspettato?

Il più delle volte, dopo qualche istante di smarrimento,  dopo aver messo a fuoco meglio la “cosa”, ci rendiamo conto che ciò che ci sembrava incomprensibile, in un primo momento,  è nient’altro che la solita sveglia sul comodino, o una ombra disegnata dal Sole sul muro della stanza.

Torsolo-di-Mela_di-Emiliano-Ponzi_bI sensi tradiscono, lo sappiamo, ma a volte la qualità del tradimento visivo è talmente forte da costituire un piccolo, sensazionale, shock per l’occhio.

E se, nella realtà, il processo è del tutto casuale, al contrario in una illustrazione, in una fotografia, in una vignetta di fumetto, il tradimento può diventare un gioco astuto, un modo pungente di raccontare, di disturbare le certezze dell’interlocutore.

Prendete la sorprendente illustrazione di Emiliano Ponzi, qui di fianco (un clic per ingrandire).

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Gli echi dell’Eco

…Poi, adulto, crederai che sia stata tutta una favola, cappuccetto rosso, cenerentola, i fucili, i cannoni,l’uomo contro l’uomo, la strega contro i sette nani, gli eserciti contro gli eserciti.
Ma se per  avventura, quando sarai grande, vi saranno ancora le mostruose figure dei tuoi sogni infantili, le streghe, i coboldi, le armate, le bombe, le leve obbligatorie, chissà che tu non abbia assunto una coscienza critica verso le fiabe e che non impari a muoverti criticamente nella realtà.
Umberto Eco, Lettera a mio figlio in Diario minimo (1964)

Lo cito spesso da queste parti. E anche quando non lo cito in maniera esplicita, chi conosce il suo pensiero identificherà in tanti post del sottoscritto – e perfino nel titolo di questo piccolo blog – tanti “echi dell’Eco”.

Non posso farci nulla. E’ che Umberto Eco, rappresenta talmente tanto nella mia formazione culturale, nel mio modo di conoscere, che finisco per ritornare sempre alla fonte d’origine, a quello strano sapere chiamato “semiotica” che lui ha contribuito a fondare.

Ai molti che quando parlo della mia passione per lo studioso che oggi compie ottant’anni, mi citano i suoi romanzi in senso critico, amo dire che lo scrittore è solo la punta dell’immenso iceberg culturale echiano. Il tono giocoso che spesso lui stesso assume nelle interviste, come quella gigionesca rilasciata ad Antonio Gnoli su Repubblica qualche giorno fa, contribuisce – a volte – a far dimenticare il valore colossale della sua produzione intellettuale.

Certo, di questo potrebbero parlare con maggiore cognizione, Daniele Barbieri o Giovanna Cosenza, accademici e blogger, che di Eco sono stati allievi. E mi dicono anche di un curioso, interessante,  saggio di Michele  Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco,   ora disponibile anche in rete .

Personalmente, posso solo aggiungere che sarei un’altra persona se molti anni fa, non mi fossi imbattuto – in maniera casuale –  in Apocalittici e integrati. Una di quelle storie che sono arrivate nella mia vita, per chissà quale accidente del destino, quando ne avevo più bisogno.

Apocalittici e integrati ha svelato a uno studentello di liceo classico, che passava senza molto costrutto da Senofonte a Spiderman, da Akira Kurosawa a Steven Spielberg, da Salvatore Quasimodo a Twin Peaks, che non c’era nulla di cui vergognarsi in quel miscuglio inestricabile di passioni, alte e basse, stratificate e trasversali.

Che le vie della cultura non seguono solo l’orizzonte delle biblioteche o delle aule di scuola. Che in ogni fenomeno sociale, in ogni cerimonia del nostro vivere collettivo, si può andare alla ricerca di espressioni e significati, delle vie del senso, che sono molteplici ma non infinite. Basta farlo con rigore, passione, e soprattutto rispetto per i segni, che – come fa dire Eco al suo alter ego letterario Guglielmo da Baskerville – sono:

 la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo

Di ciò che manca

Raccontare l’attesa in una foto.

Gli uomini che guardano fuori dal vetro in questo scatto, scippato dall’occhio curioso del fotografo in uno scalo d’aeroporto, sono due silhouette scure ritagliate su fondo luminoso.

Sono figure “immerse” nell’architettura che li circonda, fatta di assi d’acciaio e vetro.

La composizione è segnata plasticamente dalla presenza di quelle strutture: un reticolo di assi verticali/diagonali e orizzontali che s’incrociano perpendicolarmente, su cui i corpi s’innestano come macchie scure, perdendo ogni autonomia, quasi fossero parte dell’arredo essi stessi.

Non possiamo leggerne l’espressione, l’unica cosa che ne intuiamo è lo sguardo gettato oltre il vetro, a un cielo terso,  a un “vuoto” desertico che ciascuno di loro in “quel” momento sta riempiendo dei propri pensieri.

Cosa stanno pensando? Una parte della storia resta per forza di cose nascosta.

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La complottite

una sorta di malattia socialmente diffusa, che vede complotti dappertutto, e in particolare dietro a tutti i problemi dell’epoca.

Questa è la definizione di complottite che Daniele Barbieri offre in questo magistrale post , riprendendo un tema  che (purtroppo)  ha sempre una sua attualità nel nostro paese.

Ce l’ha perché siamo ancora qui, come ogni agosto, a celebrare stragi mai chiarite. Ce l’ha perché, da noi, le pseudo logge di potere si moltiplicano esponenzialmente come i film di Rocky negli anni Ottanta: P2, P3, P4.

Questo autorizza a una lettura sempre sospettosa della realtà? Questo ci autorizza a raccontarci sempre il retroscena (presunto) delle cose piuttosto che valutarle per quello che sono? No, ovviamente no.

Il semiologo  c’entra il punto, quando ci ricorda che molto spesso, più che praticare il dubbio, la costruzione del racconto sospettoso prende le vie della calunnia, piccola e grande. Anche a me, come a Daniele capita di tornare a volte a quel gioiello narrativo, amaro e dolente, che è il complotto di Will Eisner.

Una storia da tenere sempre a mente per evitare di ricaderci.

L’età della giraffa

Chi ricorda la giraffa? La giraffa era una specie di trespolo che, per raccogliere le voci negli studi televisivi, faceva pendere dall’alto un microfono.

Il microfono doveva essere rigorosamente nascosto, e con esso tutta l’apparecchiatura tecnica, in modo da far sembrare conduttori, ospiti e cantanti non in tv ma a teatro, non di fronte a telecamere ma a un pubblico reale.
Gianfranco Marrone, Neotelevisione

Dove sono finite le lucciole? Si chiedeva un tempo Pasolini e tracciava il ritratto di un’epoca. Dove sono finite le giraffe? Si chiede il semiologo  Gianfranco Marrone e traccia il ritratto della (neo)televisione anni Ottanta in un bell’articolo sulla rivista online Doppiozero.

Trent’anni dopo, le giraffe si sono estinte :  fatidico rito di passaggio tecnologico ad una televisione che ha perso ogni pudore ed oggi, con i suoi microfoni miniaturizzati, può spingersi ovunque, dagli spogliatoi di calcio alle lenzuola del Grande Fratello, dalla palma dell’isola al garage di Sarahland.

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