Archivi tag: spazio

Cosa siete capaci di fare in 108 minuti?

Un’ora e 48 minuti. Il tempo di guardarsi alla tv una partita di calcio (supplementari eventuali compresi) oppure un film, oppure un paio di episodi della vostra serie preferita. Se siete sportivi, potreste utilizzare 108 minuti per andare in palestra o correre. Se siete gourmet, ve ne basterebbero 100 per preparare e infornare l’anatra all’arancia, almeno così dice il mio manuale di cucina…

108 minuti, meno di due ore, una bazzecola nelle nostre frenetiche agende di tutti i giorni, eppure…

Sessant’anni fa, il 12 aprile 1961, bastarono 108 minuti a Jurij Alekseevič Gagarin per arrampicarsi fra le stelle, orbitare intorno alla Terra e tornare giù incolume, tra i contadini stupiti della steppa russa.

108 minuti per scrivere una pagina indelebile nella storia dell’umanità, perché senza “il bambino Jurij” come lo chiama Claudio Baglioni una celebre canzone, non avremmo avuto nemmeno il primo passo di Neil sulla Luna e tutto quello che l’era spaziale ci ha spinto a fare da allora. Tutto quello, soprattutto, che l’era spaziale ci consente oggi sulla Terra, grazie alle tecnologie che per queste imprese sono state create ma che poi sono diventate patrimonio collettivo.

108 minuti che possiamo rivivere tutti grazie anche a una roba straordinaria che, qualche anno fa in occasione del 50° anniversario dell’avventura di Gagarin, fecero Paolo Nespoli e gli altri “nipotini” di Jurij, di mestiere astronauti e cosmonauti, sulla Stazione Spaziale Internazionale, riprendendo dalla ISS esattamente quello che Gagarin vide orbitando attorno alla Terra.

Il documentario si chiama “First  Orbit” e dura, manco a dirlo, poco meno di 108 minuti.

Forse qualcuno lo troverà noioso, io l’ho trovato meraviglioso, perché mi ha ricordato come non 108, ma anche solo un minuto della nostra vita, valga la pena di essere vissuto, dedicandolo alle bellezze del Creato come quelle che lui, primo tra gli esseri umani, ebbe il privilegio di contemplare dallo Spazio.

Una magia chiamata ISS

Lo ammetto. Per chi come me, a malapena, riesce a cambiare una lampadina, la tecnologia spaziale ha qualcosa di magico…

Ancora oggi, dopo quindici anni di lavoro in una delle più grandi aziende del settore, resto sempre affascinato dal racconto che i miei colleghi, tecnici e ingegneri,  mi fanno dei loro progetti.

E di tutte le cose magiche che la gente dello Spazio  è riuscita a realizzare nel tempo, la Stazione Spaziale Internazionale di cui oggi celebriamo i vent’anni di vita operativa, è di certo la più fascinosa.

Quella stella aggiunta al cielo, che a volte perfino a occhio umano si può veder brillare di notte, a 400 km dalla Terra, resta qualcosa di unico.

Me l’hanno spiegato come fa a stare lassù. Penso anche di averlo capito “tecnicamente” (e questo, per il sottoscritto, è già un mezzo miracolo). Ma resta il fatto che una parte di me continua a considerarla una magia.

La magia d’una città dove gli uomini sanno già volare

Sarà perché mi ricorda la città degli “Uomini Falco” nel fumetto di Flash Gordon oppure le fortezze volanti dei cartoni animati giapponesi o dei fumetti di supereroi con cui sognavo da bambino. Sarà semplicemente perché lassù gli astronauti non ci abitano coi piedi per terra, ma “galleggiano” dentro quei moduli pressurizzati, eccellenza mondiale della nostra azienda, frutto del lavoro di tanti colleghi nel nostro sito di Torino

Quelli bravi vi direbbero che “il galleggiare” in termini scientifici si definisce “microgravità” ed è la particolare condizione della vita in orbita. Ma sapete la cosa curiosa? Qualche anno fa, ho avuto la fortuna di intervistare uno che sulla ISS c’è stato ben due volte, l’astronauta italiano Roberto Vittori. E quando gli chiesi di descrivermi  cosa si provava in quelle condizioni, lui usò proprio il termine “magia” , per raccontarmi di come la microgravità cambia persino la percezione del corpo umano rispetto alla realtà.

ISS: la magia dell’insieme

E poi c’è qualcosa di magico e di fiabesco, persino nel modo, in cui si vive sulla ISS. Lassù da vent’anni, uomini e donne di Paesi diversi lavorano insieme in armonia per sperimentare cose nuove, per il progresso di tutto il genere umano.

Laddove la corsa alla Luna aveva rappresentato la “gara” politica, oltre che economica e tecnologica tra due blocchi del mondo contrapposti, la ISS è nata e si è sviluppata invece sul piano di una grande cooperazione internazionale inclusiva.

E mentre sulla Terra, abbiamo continuato in questi vent’anni a raccontarci un mondo fortemente  conflittuale, lacerato da mille tensioni politiche, economiche e sociali, lassù tra le stelle  gli astronauti ci hanno ribadito le ragioni e le opportunità di una umanità coesa da grandi valori positivi.

…Mai come nello Spazio ti accorgi che i confini non esistono. Dall’alto l’Europa è un reticolo di luci, collegamenti, i cui confini sono solo dentro le menti delle persone…

Ha raccontato un altro astronauta italiano, Luca Parmitano, rievocando quello che si prova a guardare il nostro pianeta dalle finestre di Cupola, il modulo osservatorio sviluppato anch’esso in Italia.  Una vista che ispira tutti gli inquilini dell’avamposto spaziale, come il creativo canadese Chris Hadfield che lassù tra le stelle ha trovato il tempo di cantare “Spade Oddity” di David Bowie. Perché la Stazione Spaziale Internazionale è…

una incredibile miscela di realtà e immaginazione e arte e magia.

Parola di Major Tom.

Il sogno di (Bepi)Colombo

Stamattina presto, quando molti di noi ancora dormivano, è partito un sogno. Si è sollevato tra le stelle  dallo spazioporto di Kourou nella Guyana francese.

E’ un sogno tecnologico chiamato BepiColombo, una  missione d’esplorazione spaziale che studierà da vicino il Pianeta Mercurio  con tecnologia e strumenti di ricerca europei e giapponesi, frutto del lavoro di tanti miei colleghi.

BepiColombo compirà un lungo viaggio nello Spazio, perché Mercurio – il pianeta più vicino al Sole – non è proprio dietro l’angolo.  Arrivarci significa  affrontare condizioni  siderali incredibili, con escursioni di temperatura quasi inimmaginabili in termini umani.

Insomma un viaggio impegnativo. E, per i miei colleghi di Roma, L’Aquila,  Torino , Milano, Madrid, Charleroi, Bristol, come per i tanti ingegneri e scienziati coinvolti nel progetto, il viaggio di Bepi è iniziato circa 11 anni fa.

E’ una delle caratteristiche speciali del lavoro in ambito spaziale, quasi incomprensibile in un mondo frenetico, in cui tutto – persino la produzione industriale – ormai si misura in tempi ridottissimi.

Arrivare su un altro pianeta invece è una roba un tantinello diversa , in cui prima ancora di realizzare le tecnologie necessarie alla missione, in molti casi  queste tecnologie le devi “inventare da zero” per raggiungere obiettivi mai raggiunti in precedenza.

Il lungo viaggio di BepiColombo

Nel caso di Mercurio, il viaggio è lungo, talmente lungo, che per compierlo serve anche tanta energia, per far funzionare gli strumenti e, soprattutto, per spingere i moduli della missione così lontano dalla Terra. E infatti il viaggio della missione non sarà lineare, da A a B, da Terra a Mercurio…

Dovete invece immaginare la sonda spaziale come una “pallina” che sarà fatta carambolare in vari “angoli” del sistema Solare e ogni volta il “rimbalzo” (diciamo così) la porterà più vicino alla destinazione finale. E’ una tecnica complessa, chiamata “fionda gravitazionale”, che è stata messa a punto anche grazie ai calcoli e alle intuizioni di uno scienziato italiano, Giuseppe Colombo, detto “Bepi”.

La leggenda vuole, che alla NASA negli anni Settanta quando avevano un problema per qualche viaggio interplanetario, chiamassero il professor Colombo da Padova. Lui fogli di carta e calcolatrice alla mano, tipo il Mister Wolf di Tarantino,  trovava sempre la soluzione giusta, o per lo meno la buona idea da cui ripartire.

Va bene, magari  l’abbiamo romanzata troppo, ma di fatto il professor Colombo  era un autentico genio, nonché uno dei più grandi studiosi del pianeta Mercurio. Per questo la missione porta il suo nome. Il sogno che si è sollevato tra le stelle stamattina nasce anche dal suo sogno.

E’ questa una delle cose belle delle missioni spaziali: rappresentano il meglio di quello che l’uomo riesce a produrre in termini tecnologici, di materiali, di soluzioni… Tutto è basato sul calcoli precisissimi, su test rigidissimi e procedure sofisticate. Ma senza la passione umanissima di chi queste cose, prima ancora di realizzarle, sogna di realizzarle, non saremmo mai arrivati sulla Luna o altrove. Senza la passione di uomini come Giuseppe Colombo, non avremmo la forza nemmeno di immaginarcelo Mercurio.

La mozzarella di Bufala e la Stazione Spaziale

Grazie all’impresa dell’astronauta italiano Parmitano, in questi giorni  i media sono tornati a farci vedere più volte la Stazione Spaziale Internazionale, dove Luca e gli altri astronauti vivono e lavorano, in orbita a 400 km dalla Terra.

Gli astrofili vi diranno che nelle notti giuste, può capitare di avvistarla nel cielo,  una stella più luminosa delle altre, lassù nel firmamento.

Ogni volta che guardo la Stazione, che in questi anni per lavoro ho imparato a conoscere bene, provo un senso profondo di commozione.

Perché oltre alla “maraviglia” tecnologica, di quella scienza così avanzata, che fino a cinquant’anni credevamo impossibile, c’è il privilegio di conoscere da vicino alcune storie degli uomini e delle donne italiane che l’hanno creata e sviluppata in questi anni.

Qualche tempo fa, intervistando uno di loro, un anziano pioniere della scienza spaziale, mi ha colpito una sua frase:

Di solito, quando la gente dice “Made in Italy” pensa agli abiti di alta moda, o al buon cibo, al massimo arriva a citare la Ferrari.

Eppure, “Made in Italy” sono anche gli scienziati e i ricercatori che in questi anni ci hanno permesso di conoscere meglio la Genetica e la Fisica  … E sono gli ingegneri come me che hanno sviluppato tecnologie che la NASA “ci invidia”…

Ecco, io non ho niente contro i grandi stilisti e adoro la mozzarella di Bufala, ma mi piacerebbe che il mio paese, i miei concittadini, si ricordassero e si sentissero orgogliosi anche di quest’altro “Made in Italy” fatto di alta tecnologia e alta industria.

In fondo, anche qui si tratta di “storie”. Del modo di raccontarci e di raccontarsi come paese (vedi anche il saggio di Luca Sofri). Perché poi, non lamentiamoci se altrove veniamo sempre  rappresentati , come se fossimo fermi agli anni Cinquanta, alla “pizza, agli spaghetti” con l’aggiunta recente del “bunga bunga”.

Siamo noi, troppo spesso, a dimenticarci che siamo, o almeno nei casi migliori possiamo essere, anche altro.

A nostra immagine e somiglianza

parks-ondria-tanner-and-her-grandmother-window-shopping-mobile-alabama-1956-web

La forza delle storie è che ci proiettano, con la loro “energia narrativa”, laddove a volte  fatichiamo ad arrivare con lo sguardo razionale.

Ieri, per esempio, c’è voluto il racconto di uno sciamano bianco su un isola sperduta, tra folle di disperati, per ricordare a un intero paese quanto il nostro modo di vedere gli altri sia filtrato, e a volte distorto, dalla prospettiva parziale che assumiamo.

Anche lasciando da parte le (enormi) implicazioni politiche e sociali di una definizione come “globalizzazione dell’indifferenza”,  essa è ancor prima che una valutazione morale, una perfetta analisi “semiotica” di come funziona il nostro modo di percepire la realtà, nel bene e nel male.

Siamo talmente immersi in un punto di vista che finiamo, a volte, per assumere ipso facto che la rappresentazione del mondo che ne deriva sia l’unica legittima.

Ma ecco che una foto come “Ondria Tanner and Her Grandmother Window-shopping” (1956), di Gordon Parks ci aiuta a ricordare come tutto può essere rovesciato, provando a guardare le cose con gli occhi di qualcun altro.

E’ banale dirlo, ma forse vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, per chi crede come per chi non crede. Perché, in fondo, prima o poi nella vita, siamo tutti gli “Ondria Tanner” di qualcun altro.

Deve averlo pensato, guardando fuori dall’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, anche l’astronauta italiano Luca Parmitano che fra una manciata d’ore, uscirà dal portellone della stazione orbitante per una “passeggiata spaziale“. Qualche giorno fa, raccontando la prima esperienza lassù, a 400 km dalla Terra, così raccontava le sue sensazioni:

Paradossalmente una delle cose di cui solo ti rendi conto a questa distanza è che noi siamo abituati a pensare alla terra in termini di località, di luoghi diversi come per esempio i 5 continenti, città e vari paesi confinanti ma da quando sono quassù, mi sono reso conto che questa divisione ce la siamo inventata noi.

Non esistono confini nel mondo! il mondo è uno! A questa distanza non si riesce a rendersi conto dell’altezza delle montagne, della profondità di una valle o dell’insormontabilità di un fiume per cui il mondo diventa uno: senza frontiere.

Il cielo non è mai stato il limite

Diario di bordo. Data astrale, 8 settembre  2012.

Esattamente 46 anni la prima Enteprise salpava dagli Spazioporti catodici americani. Da noi, in Italia, sarebbe arrivata più tardi, ma avrebbe comunque marcato l’immaginario di quanti come me sono cresciuti con un vulcaniano come baby sitter.

Non bisogna essere necessariamente appassionati di fantascienza per amare Star Trek e l’infinita galassia di personaggi, di razze, di mondi, che Gene Roddenberry, autentico Omero del ventesimo secolo, ha costruito nel tempo.

I devoti del franchise, i cosiddetti Trekkies, segnano addirittura uno spartiacque culturale tra le serie, direttamente curate dal “creatore”, e quelle scritte dai suoi eredi/aedi, come se si trattasse di Vecchio e Nuovo Testamento. La filosofia della Federazione interplanetaria è divenuta addirittura un modello culturale e civico per alcuni, anche illustri, contemporanei.

Come che sia, non bisogna essere necessariamente trekkies per apprezzare la logica di Spock, l’umanità di Bones, l’eroismo (diciamolo) “old style” di Kirk, la ricerca di felicità del Pinocchio cibernetico Data, l’eleganza di Picard e così via.

E se non siete mai stati logici come un vulcaniano, perfidi come un romulano, rozzi come un klingon, inumani come un borg, non sapete cosa vi siete persi in questi 46 anni.

In fin dei conti, Star Trek ci ha regalato con le sue storie la speranza che il cielo non sia il limite ultimo dell’uomo, ma solo l’orizzonte verso cui puntare, per arrivare là dove nessuno sognatore è mai giunto prima.

Tempo e Spazio

Ieri, nel corso della notte dei ricercatori, ero a una conferenza di Umberto Guidoni, fisico e astronauta.

E’ sempre affascinante ascoltare le storie di persone che hanno vissuto esperienze straordinarie.

E, se ci pensiamo, dai tempi di Gagarin ad oggi, solo una manciata di nostri simili in tutta l’epopea di scimmie (più o meno) evolute ha avuto il privilegio di scalare le stelle.

Ci pensavo, mentre raccontava la meravigliosa bizzarria della vita in orbita e sul grande schermo scorrevano le immagini della sua duplice avventura a bordo dello  Shuttle, conclusasi ormai dieci anni fa.

Accanto a me c’erano un paio di marmocchi, tutti eccitati, come se stessero ascoltando Ben Ten o Batman.  Il più avvertito dei due (ovviamente occhialuto) spiegava all’altro:

Hai visto? Volava dentro il sciuttle. Poi però è tornato a casa dai suoi bambini. Ma quando è atterrato la barba gli è diventata bianca.

Con certi talenti e capacità

Sono stato allevato nella fiducia che si viene collocati qui sulla Terra più o meno con una specie di accordo fifty-fifty, ed è ciò che continuo a credere.

Siamo stati posti qui con certi talenti e capacità.

Spetta a ciascuno di noi usare questi talenti e capacità nella maniera migliore possibile.

Se si farà questo, allora credo che un potere più grande di ognuno di noi disseminerà il nostro cammino  di opportunità, e se faremo un uso adeguato dei nostri  talenti, vivremo il genere di vita che dovremmo vivere.

John Glenn (citato da Tom Wolfe in La Stoffa Giusta)

Oggi è il giorno del compleanno di Nelson Mandela e tutti, giustamente, ne parlano.

Ma a me piace ricordare un’altra grande storia che compie, nello stesso giorno, novanta primavere.

Continua a leggere Con certi talenti e capacità