Archivi tag: storia

La memoria è un filo spinato

Ci sono storie che trovano il loro significato in una sola parola. Così come ci sono immagini che trovano il loro significato in un solo particolare.

Quando guardo questa foto scattata da un grande fotoreporter come Livio Senigalliesi a Buckenwald nel 2011, non posso fare a meno di pensare che tutto il dolore di cui questa immagine porta il peso, passi lì  per un singolo elemento:  il filo spinato.

Dolore figurativo, perché quel filo metallico è diventato, nel tempo, il simbolo dell’inaudita follia.  Migliaia di immagini, racconti, documentari, film  ci spingono ad associarne l’effige ai campi di concentramento.

Dolore comunicativo anche, senza dubbio, perché l’obiettivo della macchina fotografica lo pone in primo piano: prima di tutto il resto. Davanti ai nostri occhi.

Dolore, mi permetto di dire – e non sembri riduttivo –  plastico. Quasi materico, quasi “tangibile”, persino per noi che guardiamo la foto in questo momento attraverso lo schermo di un laptop o di un telefono.

Insomma, anche se per paradosso, volessimo fingere di dimenticare tutte le sue implicazioni storiche, quella rete  di  filo spinato nella sua essenzialità di linee nere che “tagliano” la superficie luminosa, resterebbe lì ad ammonire il nostro sguardo.

Linee  nere diagonali e verticali incrociano qualsiasi traiettoria l’occhio scelga di seguire. Ci costringono a “guardare attraverso”: a costruire la nostra interpretazione del racconto, partendo da loro.

Togliete quelle linee. E vi resteranno due figure sfocate, un anonimo scorcio di campagna e uno sbiadito edificio con la ciminiera.

Togliete il filo spinato e il racconto sparirà con esso.

Che è poi, traslando, è il fine di tutti i negazionisti e i riduzionisti di ieri, di oggi e di domani: sostenere che il filo non c’è mai stato.

In fondo cosa ci costerebbe dargli retta?  La ciminiera non diffonde più i suoi fumi di morte. Il prato non ospita più corpi martoriati e inermi…

Si potrebbe replicare in molti modi etici, religiosi, politici. Ma credo che la risposta moralmente più forte ce la offra proprio la foto di Senegalliesi.

Il filo c’è stato purtroppo. Il filo c’è, ancora oggi, malgrado tutto.

Il filo ci aiuta a ricordare.

Annunci

“Buz on de graund” o dell’ipocrisia

C’è un’espressione che ricorre, in queste ore, nei “bla bla” catodici  che ci raccontano storie di un mondo sciagurato, in cerca di finali ancora più sciagurati.

Ce la propinano esperti in giacca e cravatta, o esperti con le stellette. Persino un tizio con la felpa verde, che l’unica guerra che ha mai combattuto nella sua vita, perdendola, è quella con la lingua italiana – ma in fondo chissenefrega lui è straniero, lui è padano -.

L’espressione fichissima è: “Boots on the ground”.

Per sconfiggere il terrorismo non bastano i bombardamenti. Per sconfiggere il terrorismo c’è bisogno di più “boots on the ground”.

Caspita.

Com’è questa minestra? Mah buonina, giusto ci vorrebbe un pizzico di sale. Mettici una manciata di  “boots on the ground” e  vedrai che sapore.

Che cosa vuol dire “Boots on the ground”?

A dar retta a wikipedia, dobbiamo questa felice definizione al generale americano Volney Walker.

Ma andando al sodo, vuol dire “inviare truppe in guerra”. Non “droni di spade”  o fantastici  jet che dall’alto sorvolano sulle miserie dell’umanità  con l’intelligenza delle bombe.

No, qui parliamo di “stivali sul terreno”. Soldati in carne e ossa che respirano, marciano e sparano. Perché questo è.

“Boots on the ground” è il grado ultimo dell’ingegneria dei parolai da centro studi bellico. Fa parte di quel gergo ipocrita – quasi orwelliano come l’ha definito Trevor Trimm  su The Guardian  – di “bombardamenti chirurgichi”, “armi intelligenti”, “operazioni lampo”.

E lo dico senza moralismi e pacifismi da quattro sghei. Troppo facili per noi che abbiamo il culo al caldo delle nostre case, piene di certezze.

Eufemismo dei miei stivali

“Boots on the ground” è  l’ultimo rifugio della nostra cattiva coscienza democratica, ora che nel 21° secolo,  non possiamo più permetterci le battute rambesche di Putin al Cremlino.

E allora riduciamo le cose a eufemismi, illudendoci così che il puzzo di merda e morte non solletichi le nostre delicate narici 2.0.

Lo dico con rispetto per tutti quelli che gli stivali  li indossano nel fango della storia. Perché quella storia è dolore e sangue.

Lo dico con affetto perché conosco anche qualche persona cara, impegnata con gli stivali laggiù nel deserto. Soprattutto per loro sento il dovere di chiamare le cose con il loro nome.

Quali che siano le scelte. Che riguardano le persone, non gli stivali, non le cose.

koreanwar-ustroops

article-2582923-006938ef00000258-80_614x456

20130911-lens-vietnam-slide-y4c4-superjumbo

vietnam-war

article-0-13701979000005dc-523_964x753

srebrenica-massacre

iraqwar

Afghanistan: The Tangi Valley

zoriah_iraq_war_conflict_baghdad_sa-1

Il coraggio di guardare

Un fotoreporter è un narratore che entra nelle storie senza bussare.

Guardate questa foto, ad esempio. Guardate quella mano ossuta  che la donna oppone all’obiettivo che ha di fronte.

A Syrian Kurdish woman walks with her ba...A Syrian Kurdish woma

La mano è il fulcro del racconto. Lo è perché occupa il centro compositivo dell’inquadratura, ma lo – ancor prima – in senso cromatico e plastico.

La mano è più chiara del resto della figura della donna e del piccolo bimbo che tiene tra le braccia. La sua chiarezza richiama il bianco del cielo e di tutte le altre figure sullo sfondo, ma mentre tutti questi elementi vengono “spezzati”  dalla sfocatura dall’obiettivo, la mano resta l’unica figura nitida.

Potremmo contarli tutti  i segni sul palmo della donna. Potremmo improvvisarci chiromanti e percorrere la linea di una vita tanto difficile. Coglierne il dolore. Condividerne il tormento.

La maggior parte dei fotoreportage di guerra innesca questa commozione con lo sguardo dei protagonisti. Penso a certe foto dello stesso autore (Bulent Kilic), o in passato (con stili diversi) a Steve McCurry e Gilles Perres.

In questo caso, al contrario la commozione è innescata dallo sguardo negato. Da quegli occhi nascosti dietro una mano. Dietro un gesto di disperata dignità.

Proviamo a metterci nei panni di Kilic, nel momento dello scatto. Avremmo rispettato quella mano?

Forse tanti di noi, compreso il sottoscritto, si sarebbero fermati. E avremmo sbagliato.

Perché, vedete, se in queste settimane i più grandi esperti del mondo celebrano Bulent Kilic come “Fotoreporter dell’anno“, non è semplicemente per la sua bravura tecnica (colossale peraltro).

Quello che rende indelebili i suoi scatti, come quelli di altri grandi del mestiere, è il coraggio. Non solo, come è ovvio, il coraggio di essere lì a sfidare mitra e bombe, a rischiare la pelle.

Parlo di un coraggio forse meno eclatante ma altrettanto indispensabile per quello che Bernardo Valli definisce, ancor prima che un mestiere,  una “condizione esistenziale”.

Come dicevo all’inizio, il fotoreporter entra nelle storie senza bussare. Non può fermarsi davanti a una porta e, a volte, nemmeno, di fronte a una mano per quanto dignitosa.

Nell’era in cui vediamo tutto costantemente, ad ogni ora, su ogni supporto, ma in cui paradossalmente abbiamo sempre meno tempo e voglia di guardare le cose per quello che sono, il fotoreporter non distoglie mai lo sguardo.

E’ uno che rischia il cuore oltre alla pelle. E’ un narratore che trova sempre il coraggio di guardare.

Tanti italiani e tante italiane. Meno uno

fine monarchia_vignetta di_vadotNon me ne sono mai perso uno. A costo di registrarli e rivederli il giorno dopo, come per le partite importanti di campionato.

Ricordo quelli del Presidente Pertini con nostalgia.

Non avevo la minima idea di cosa stesse parlando, ma era bello starsene lì seduto accanto a mio nonno davanti alla tivvù, a guardare quell’altro nonnino che tifava la Nazionale e giocava a scopa.

E poi alla fine, si usciva sulla terrazza a sparare i “fuocherelli” e tutti erano felici. O almeno così mi sembrava da bambino.

Ricordo quelli del Presidente Cossiga con inquietudine.

All’inizio non ci capivo molto, ma anno dopo anno, le cose cominciavano a diventare più comprensibili, ambiguità incluse. E insieme alla comprensione crescevano i dubbi, l’ansia, la rabbia.

Ricordo quelli del Presidente Scalfaro con partecipazione.

Erano parole bacchettone ma appassionate. Sembravano uscite fuori da una pagina del Cuore di De Amicis eppure davano il senso di un cambiamento epocale, di qualcosa di cui tutti ci sentivamo parte.

Ricordo quelli del Presidente Ciampi con orgoglio.

Non erano belli: non si può dire che l’uomo abbia il dono dell’eloquio. Ma ci facevano sentire comunità. Da Edmondo De Amicis eravamo passati ad Italo Calvino e Norberto Bobbio. Veniva voglia di essere migliori, o almeno di provarci.

Ricordo quelli del 1° settennato del Presidente Napolitano, all’inizio con speranza, poi con delusione.

Ho la sensazione che, fra qualche anno, quando ci volteremo indietro, la sua sarà l’unica figura politica di questi anni degna di essere menzionata, nel bene  e nel “male”.

Aldilà delle sensazioni e delle opinioni, per me i discorsi di Fine d’anno del Presidente della Repubblica sono sempre stati storie significative, a metà tra strada tra il fatto di folklore natalizio e il valore civico.

Quel “cari italiani e care italiane” è il “Panettone”, laico e civile, che ogni cittadino dovrebbe consumare come storia di fine Anno.

Tutto questo prima dell’altra sera, quando ho dimenticato di accendere il televisore.

Sul serio, non ci ho fatto proprio caso.

Forse stavo giocando con cucciolo e Buzz Lightyear, o forse stavo discutendo dell’ultimo fumetto di Zerocalcare con l’amico con cui eravamo a cena.

Lascio a voi, se ne avete voglia, la psicanalisi di questa rimozione. Stanchezza fisica? Stanchezza mentale? Una botta di qualunquismo a 5 stelle per l’anno in cui festeggerò le quaranta primavere?

So che sono passati tre giorni e nulla sembra mancare all’appello: convinzioni, dubbi, amarezze e incazzature.

So solo, cari italiani e care italiane, che l’altra sera non ero con tanti di voi ad ascoltare  la storia natalizia di Re Giorgio.

Non mi è mancato lui e non mi siete mancati voi. Sorry.

Staino_Il_discorso di_fine anno

Quarant’anni fa

Salvador Allende visto da Gabriel Fraga-2011“Undicisettembre” è ormai un mantra mediatico.

Il ground zero del terzo millennio che inghiotte il tempo precedente come un buco nero, per la forza devastante di quella storia maledetta, per l’orrore “spettacolare” di quelle immagini.

Potremmo continuare a domandarci se questo appiattimento del calendario sia legittimo culturalmente, ma credo che sia un dubbio senza soluzione.

Certo è che , almeno per me, pur rispettando quell’immane tragedia e senza voler creare speciosi paralleli, esiste anche un altro “11 settembre”, altrettanto significativo in termini di racconto collettivo.

E’ la storia sbagliata di un uomo giusto. E’ il racconto triste di Salvador Allende, Presidente socialista del Cile, eletto democraticamente dal suo popolo nel 1970 e scannato brutalmente da un colpo di Stato militare l’11 settembre 1973, quarant’anni fa.

E Continua a leggere Quarant’anni fa

La mozzarella di Bufala e la Stazione Spaziale

Grazie all’impresa dell’astronauta italiano Parmitano, in questi giorni  i media sono tornati a farci vedere più volte la Stazione Spaziale Internazionale, dove Luca e gli altri astronauti vivono e lavorano, in orbita a 400 km dalla Terra.

Gli astrofili vi diranno che nelle notti giuste, può capitare di avvistarla nel cielo,  una stella più luminosa delle altre, lassù nel firmamento.

Ogni volta che guardo la Stazione, che in questi anni per lavoro ho imparato a conoscere bene, provo un senso profondo di commozione.

Perché oltre alla “maraviglia” tecnologica, di quella scienza così avanzata, che fino a cinquant’anni credevamo impossibile, c’è il privilegio di conoscere da vicino alcune storie degli uomini e delle donne italiane che l’hanno creata e sviluppata in questi anni.

Qualche tempo fa, intervistando uno di loro, un anziano pioniere della scienza spaziale, mi ha colpito una sua frase:

Di solito, quando la gente dice “Made in Italy” pensa agli abiti di alta moda, o al buon cibo, al massimo arriva a citare la Ferrari.

Eppure, “Made in Italy” sono anche gli scienziati e i ricercatori che in questi anni ci hanno permesso di conoscere meglio la Genetica e la Fisica  … E sono gli ingegneri come me che hanno sviluppato tecnologie che la NASA “ci invidia”…

Ecco, io non ho niente contro i grandi stilisti e adoro la mozzarella di Bufala, ma mi piacerebbe che il mio paese, i miei concittadini, si ricordassero e si sentissero orgogliosi anche di quest’altro “Made in Italy” fatto di alta tecnologia e alta industria.

In fondo, anche qui si tratta di “storie”. Del modo di raccontarci e di raccontarsi come paese (vedi anche il saggio di Luca Sofri). Perché poi, non lamentiamoci se altrove veniamo sempre  rappresentati , come se fossimo fermi agli anni Cinquanta, alla “pizza, agli spaghetti” con l’aggiunta recente del “bunga bunga”.

Siamo noi, troppo spesso, a dimenticarci che siamo, o almeno nei casi migliori possiamo essere, anche altro.

A nostra immagine e somiglianza

parks-ondria-tanner-and-her-grandmother-window-shopping-mobile-alabama-1956-web

La forza delle storie è che ci proiettano, con la loro “energia narrativa”, laddove a volte  fatichiamo ad arrivare con lo sguardo razionale.

Ieri, per esempio, c’è voluto il racconto di uno sciamano bianco su un isola sperduta, tra folle di disperati, per ricordare a un intero paese quanto il nostro modo di vedere gli altri sia filtrato, e a volte distorto, dalla prospettiva parziale che assumiamo.

Anche lasciando da parte le (enormi) implicazioni politiche e sociali di una definizione come “globalizzazione dell’indifferenza”,  essa è ancor prima che una valutazione morale, una perfetta analisi “semiotica” di come funziona il nostro modo di percepire la realtà, nel bene e nel male.

Siamo talmente immersi in un punto di vista che finiamo, a volte, per assumere ipso facto che la rappresentazione del mondo che ne deriva sia l’unica legittima.

Ma ecco che una foto come “Ondria Tanner and Her Grandmother Window-shopping” (1956), di Gordon Parks ci aiuta a ricordare come tutto può essere rovesciato, provando a guardare le cose con gli occhi di qualcun altro.

E’ banale dirlo, ma forse vale la pena ricordarlo di tanto in tanto, per chi crede come per chi non crede. Perché, in fondo, prima o poi nella vita, siamo tutti gli “Ondria Tanner” di qualcun altro.

Deve averlo pensato, guardando fuori dall’oblò della Stazione Spaziale Internazionale, anche l’astronauta italiano Luca Parmitano che fra una manciata d’ore, uscirà dal portellone della stazione orbitante per una “passeggiata spaziale“. Qualche giorno fa, raccontando la prima esperienza lassù, a 400 km dalla Terra, così raccontava le sue sensazioni:

Paradossalmente una delle cose di cui solo ti rendi conto a questa distanza è che noi siamo abituati a pensare alla terra in termini di località, di luoghi diversi come per esempio i 5 continenti, città e vari paesi confinanti ma da quando sono quassù, mi sono reso conto che questa divisione ce la siamo inventata noi.

Non esistono confini nel mondo! il mondo è uno! A questa distanza non si riesce a rendersi conto dell’altezza delle montagne, della profondità di una valle o dell’insormontabilità di un fiume per cui il mondo diventa uno: senza frontiere.