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Quello che provo oggi

…L’ho scritto qualche anno fa (qui e qui).

il resto, oggi, è solo tristezza.

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Linus in Fabula

“Rivoluzione” e “gioco” sembrano due termini distanti anni luce, eppure Paolo Interdonato riesce a tenerli fascinosamente insieme nel titolo del suo saggio, dedicato alla nascita e all’evoluzione di “Linus”, prima vera rivista sui fumetti, oltre che di fumetti, del nostro Paese.

Linus. Storia di una rivoluzione nata per gioco si fa apprezzare, fin dalle prime pagine, proprio perché, in  quel paradosso lessicale esibito in copertina, accanto alla ormai conosciuta figura del bambino filosofo disegnato da Charles Schulz, restituisce l’importanza della rivista ideata da Giovanni Gandini nella storia dell’industria culturale italiana.

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Charlie e i giganti

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Elio Vittorini: …una singola strip di Charlie Brown non dice niente, è una barzelletta; però, nella quan­tità, quando interviene anche la ripetizione di certi motivi, e le strips si succedono costituite, un po’ co­me le frasi musicali, di invariabili e di variabili, di tre invariabili e due variabili l’una, di quattro invariabili e una variabile l’altra, si ha allora un “continuo” che approfondisce non solo numericamente il signifi­cato iniziale e lo snoda, lo articola, fino a farlo coincidere con tutti gli aspetti di una realtà data.

Umberto Eco: Questo mi pare importante perché molte volte quando si cerca di spie­gare a qualcuno, che non è abitua­to ai fumetti di Charlie Brown, che essi sono importanti, questo qualcuno tende a giudicarli così come giudicherebbe una pagina di ro­manzo, una pagina letteraria. Leg­ge un brano isolato, due o tre pa­gine e non vi trova effettivamente nulla, Per giudicare i fumetti per quello che valgono realmente, bi­sogna tener conto proprio della lo­ro tecnica di distribuzione e di consumo, così come certe epiche po­polari di un tempo trovavano il loro sviluppo proprio attraverso il ripe­tersi delle avventure…

Il sito Comicom ha recuperato, qualche mese fa, il bel dialogo tra Vittorini, Eco e Del Buono sui Peanuts e sul fumetto, pubblicato nel  1° numero di Linus (1965).

Nonostante siano passati cinquant’anni, per chi s’interessi di fumetto e in particolare di serialità, quelle annotazioni sono un patrimonio preziosissimo. E ci ricordano che – per quanti sforzi facciamo – siamo solo un’altra generazione di nani aggrappati sulle spalle di giganti.

Con quale coraggio

Leggo e rileggo la frase:

un autore che con un solo libro è riuscito a cambiare il destino di un genere letterario, il fumetto, togliendolo dalle paludi delle cosiddette pratiche basse e innalzandolo alla dignità di letteratura

Mi dico: non è possibile. Non è possibile che si scriva su un quotidiano a diffusione nazionale una simile castroneria, senza che nessuno venga a chiedertene conto.

Non perché Art Spiegelman, con il suo Maus, non meriti di essere celebrato per il grandissimo autore che è (anche da queste parti, nel nostro piccolo, lo si è fatto, più di una volta).

Ma il fumetto, pur senza entrare nelle  dotte disquisizioni dei filologi del medium, ha almeno cento anni di storie alle spalle. Prima di Spiegelman,  mi vengono in mente almeno venti nomi di cartoonist che hanno fatto la storia dei comics, regalando ai loro lettori emozioni colossali, avventure incommensurabili, interi mondi da sognare.

Si può liquidare tutto questo come “pratiche basse”?  E quale commentatore potrebbe permettersi di essere così categorico se stessimo prendendo in esame la storia della letteratura o quella della pittura, invece che (banali) fumetti?

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Gli echi dell’Eco

…Poi, adulto, crederai che sia stata tutta una favola, cappuccetto rosso, cenerentola, i fucili, i cannoni,l’uomo contro l’uomo, la strega contro i sette nani, gli eserciti contro gli eserciti.
Ma se per  avventura, quando sarai grande, vi saranno ancora le mostruose figure dei tuoi sogni infantili, le streghe, i coboldi, le armate, le bombe, le leve obbligatorie, chissà che tu non abbia assunto una coscienza critica verso le fiabe e che non impari a muoverti criticamente nella realtà.
Umberto Eco, Lettera a mio figlio in Diario minimo (1964)

Lo cito spesso da queste parti. E anche quando non lo cito in maniera esplicita, chi conosce il suo pensiero identificherà in tanti post del sottoscritto – e perfino nel titolo di questo piccolo blog – tanti “echi dell’Eco”.

Non posso farci nulla. E’ che Umberto Eco, rappresenta talmente tanto nella mia formazione culturale, nel mio modo di conoscere, che finisco per ritornare sempre alla fonte d’origine, a quello strano sapere chiamato “semiotica” che lui ha contribuito a fondare.

Ai molti che quando parlo della mia passione per lo studioso che oggi compie ottant’anni, mi citano i suoi romanzi in senso critico, amo dire che lo scrittore è solo la punta dell’immenso iceberg culturale echiano. Il tono giocoso che spesso lui stesso assume nelle interviste, come quella gigionesca rilasciata ad Antonio Gnoli su Repubblica qualche giorno fa, contribuisce – a volte – a far dimenticare il valore colossale della sua produzione intellettuale.

Certo, di questo potrebbero parlare con maggiore cognizione, Daniele Barbieri o Giovanna Cosenza, accademici e blogger, che di Eco sono stati allievi. E mi dicono anche di un curioso, interessante,  saggio di Michele  Cogo, Fenomenologia di Umberto Eco,   ora disponibile anche in rete .

Personalmente, posso solo aggiungere che sarei un’altra persona se molti anni fa, non mi fossi imbattuto – in maniera casuale –  in Apocalittici e integrati. Una di quelle storie che sono arrivate nella mia vita, per chissà quale accidente del destino, quando ne avevo più bisogno.

Apocalittici e integrati ha svelato a uno studentello di liceo classico, che passava senza molto costrutto da Senofonte a Spiderman, da Akira Kurosawa a Steven Spielberg, da Salvatore Quasimodo a Twin Peaks, che non c’era nulla di cui vergognarsi in quel miscuglio inestricabile di passioni, alte e basse, stratificate e trasversali.

Che le vie della cultura non seguono solo l’orizzonte delle biblioteche o delle aule di scuola. Che in ogni fenomeno sociale, in ogni cerimonia del nostro vivere collettivo, si può andare alla ricerca di espressioni e significati, delle vie del senso, che sono molteplici ma non infinite. Basta farlo con rigore, passione, e soprattutto rispetto per i segni, che – come fa dire Eco al suo alter ego letterario Guglielmo da Baskerville – sono:

 la sola cosa di cui l’uomo dispone per orientarsi nel mondo

La complottite

una sorta di malattia socialmente diffusa, che vede complotti dappertutto, e in particolare dietro a tutti i problemi dell’epoca.

Questa è la definizione di complottite che Daniele Barbieri offre in questo magistrale post , riprendendo un tema  che (purtroppo)  ha sempre una sua attualità nel nostro paese.

Ce l’ha perché siamo ancora qui, come ogni agosto, a celebrare stragi mai chiarite. Ce l’ha perché, da noi, le pseudo logge di potere si moltiplicano esponenzialmente come i film di Rocky negli anni Ottanta: P2, P3, P4.

Questo autorizza a una lettura sempre sospettosa della realtà? Questo ci autorizza a raccontarci sempre il retroscena (presunto) delle cose piuttosto che valutarle per quello che sono? No, ovviamente no.

Il semiologo  c’entra il punto, quando ci ricorda che molto spesso, più che praticare il dubbio, la costruzione del racconto sospettoso prende le vie della calunnia, piccola e grande. Anche a me, come a Daniele capita di tornare a volte a quel gioiello narrativo, amaro e dolente, che è il complotto di Will Eisner.

Una storia da tenere sempre a mente per evitare di ricaderci.

10 Piccoli amori

Ogni tanto capita di ricascarci: Umberto Eco, Nick Hornby, Fabio Fazio

Il gusto di listare, elencare, classificare, prima o poi piglia a tutti.

C’è un che di struggente nel tentativo disperato di fermare il tempo, di inchiodarci la nostra ombra di Peter Pan appresso, etichettando il meglio che ci è capitato di leggere, ascoltare, vedere.

Pur non amando il genere, per una volta decido di prendere parte al gioco proposto da Hooded Utilitarian e ripreso da Andrea Queirolo.

E allora eccoli di seguito, così come mi vengono, in ordine rigorosamente casuale, i 10 fumetti che ho amato di più, con una prevalenza per l’universo seriale e pop0lare. Senza alcuna presunzione di parlare in termini assoluti o di far concorrenza alle liste selettive di qualità proposte dagli esperti su Lo Spazio Bianco.

Sono quello che sono: storie che mi hanno lasciato qualcosa d’importante dentro. Le ho amate, perché le ho incontrate sulla mia strada, quando avevo bisogno di loro. E’ questa mi sembra sempre una piccola grande magia.

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