Dadada o della buona tv

Qualcuno si stupisce del successo del programma d’archivio di Rai uno, Dadada.

Quattro, cinque milioni di telespettatori, tutte le sere in coda al Tg1 . E, lo sapete, ce ne vuole di questi tempi a sopravvivere a mezz’ora di nauseabondo minzolame.

Io mi stupisco dello stupore, perché Dadada è l’evoluzione ragionata di Supervarietà, altro gioiellino di archeo-tv, che aveva già dimostrato (a colpi di share) le potenzialità della nostalgia applicata al racconto catodico.

Dadada è un Blob senza veleno e con molto zucchero, che sceglie un filo conduttore (un sentimento, un luogo, un idea) per cucire insieme brandelli di memoria collettiva tratti da programmi tv e film.

Che la memoria ritrovata sia uno dei grandi filoni della televisione di questi anni, ormai lo riconoscono in tanti. Il primo ad accorgersene, in tempi non sospetti, era stato Carlo Freccero, dando spazio su Rai Due al re della naftalina catodica, Paolo Limiti, ed assecondando il talento museale di Fabio Fazio (ricordate Anima mia?).

Freccero l’aveva intuito ed oggi Dadada, ideato da Elisabetta Barduagni e Michele Bovi (con alle spalle il patrimonio delle teche Rai), segue quello spunto. Il culto della memoria permette alla tv generalista di fare quello che gli riesce sempre meno: tenere insieme diverse generazioni di pubblico.

Eccettuati bimbi e teenager, Dadada propone una storia in cui si riconoscono diverse  d’età di pubblico, dagli ‘anta agli ‘enta. E ognuno può ritrovarci le madeleines televisive che vuole: Walter Chiari vale Sandy Marton. Studio Uno e le meteore degli anni 80  – ne parla anche Luca Sofri oggi sul suo blog in senso musicale – costruiscono un patrimonio di ricordi sfilacciato ma prezioso per un paese che ha la memoria corta per tutto, tranne che per le paillettes e i lustrini.

A farla da padrone, ovviamente, in questa archeo-tv, è soprattutto la Rai anni Sessanta, quella dei grandi varietà. Un mito per chi l’ha vissuta e, perfino, per chi l’ha sentita solo rievocare. 
Certo alle spalle c’era un’idea pedagogica, e in qualche misura reazionaria, di fare dell’intrattenimento tv un oasi rassicurante, un porto di certezze contro il logorio della vita moderna come sentenziava un celebre Carosello.
La realtà era relegata ai tg e ci vollero anni prima che irrompesse nei palinsesti in tutta la sua drammaticità di piombo e di dolore.

Eppure, non si possono disconoscere le qualità di quella fabbrica di storie, calibrata in ogni battuta scritta, curata in ogni dettaglio della messa in scena, pensata in ogni aspetto della scaletta.

Era una tv che voleva essere buona a tutti i costi, ma era anche della buona tv, fatta bene. E per questo che Dadada funziona: nostalgia, sì, ma di cose buone.

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